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L’ombra lunga della falsa antimafia

C’è un danno che va oltre il denaro, oltre i milioni di euro sequestrati, oltre le truffe legate ai bonus edilizi: è il danno morale, quello che corrode silenziosamente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nella giustizia, e soprattutto nella bontà delle azioni civili. È il danno che si consuma ogni volta che qualcuno, dopo essersi presentato come simbolo della legalità e della ribellione al malaffare, tradisce quel patto morale con la comunità.

Fermo restando che fino al passaggio in giudicato della sentenza, l’imputato deve essere considerato presunto innocente, il caso di Giuseppe Piraino, l’imprenditore palermitano divenuto un’icona dell’antiracket e oggi indagato per una serie di presunte truffe sui bonus edilizi, apre una ferita profonda. Non solo per i reati ipotizzati – che spetterà ai giudici accertare – ma per ciò che rappresentano: il rischio concreto di trasformare l’antimafia da ethos civile a maschera di convenienza.

Negli anni, l’antimafia è stata il linguaggio della riscossa, la voce di un popolo che non voleva più chinare il capo. Era l’orgoglio di chi diceva “no” al pizzo, di chi sceglieva la denuncia invece della paura. Ma quando questo linguaggio viene strumentalizzato – quando l’etica diventa marketing, quando la legalità diventa brand – allora la fiducia si incrina. Si genera quella che potremmo chiamare la “falsa antimafia”: una narrazione di facciata, fatta di simboli e slogan, che copre opacità, affari e opportunismi.

La falsa antimafia non è meno pericolosa della mafia stessa. Perché dove la mafia usa la violenza, la falsa antimafia usa la delusione. Spegne il fuoco civile, svuota di significato le battaglie vere, getta sospetto anche su chi combatte davvero.
Quando un imprenditore che ha denunciato il racket viene accusato di truffe, molti cittadini finiscono per chiedersi se valga ancora la pena fidarsi, se abbia senso esporsi, se la giustizia sia davvero giusta. È in quel momento che si rompe il legame più prezioso: quello tra cittadini e speranza.

Eppure, non bisogna cadere nell’errore di generalizzare. Ogni colpa, se accertata, resta personale. Le vicende giudiziarie, anche le più gravi, non possono oscurare il lavoro silenzioso di chi ogni giorno continua a costruire un’economia sana, un’etica pubblica, un tessuto civile libero dalle mafie e dalle ipocrisie.
Il problema è un altro: serve una nuova cultura della responsabilità, capace di distinguere la testimonianza autentica dal protagonismo interessato, l’impegno vero dalla retorica della legalità.

La vera antimafia non ha bisogno di palchi, né di titoli. Vive nei gesti quotidiani, nelle imprese che rifiutano compromessi, nei cittadini che denunciano senza clamore, nei magistrati e nelle forze dell’ordine che operano con sobrietà e coraggio.
È un patrimonio fragile, ma reale — e oggi più che mai va difeso da chi ne abusa, ne sfrutta l’immagine, o ne tradisce i valori.

Perché non c’è veleno più potente della disillusione.
E non c’è compito più urgente, per chi ancora crede nella giustizia, che restituire credibilità alla parola “antimafia”, liberandola da chi la usa come scudo o passerella.
Solo così si potrà tornare a guardare chi dice “no” alla mafia senza il sospetto, ma con il rispetto che merita.

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