La scomparsa del medico di famiglia durante l’estate non è certo dovuta alle temperature o a motivi naturali, ma a problemi strutturali e organizzativi della professione medica.
Il problema principale è che molti medici di medicina generale vanno in ferie, ma trovano sempre più difficoltà a farsi sostituire, a causa della grave carenza di personale. Attualmente mancano oltre 5.500 medici di famiglia nel nostro Paese, e ogni anno un numero significativo va in pensione senza un adeguato ricambio generazionale. A rendere la situazione ancora più complessa, c’è il fatto che molti di loro operano come liberi professionisti, costretti a organizzarsi da soli per trovare sostituti, affrontando costi elevati e ostacoli logistici che rendono complicato anche solo pensare a prendersi una pausa.
Le ragioni dei medici
La crisi non nasce dalla mancanza di laureati in medicina, ma dal fatto che sempre meno giovani scelgono il percorso della medicina generale. Questo indirizzo formativo risulta spesso meno attrattivo rispetto ad altre specializzazioni: la formazione non è universitaria, la remunerazione è inferiore e il lavoro da libero professionista è spesso privo di tutele e di una rete organizzativa adeguata—compresi gli strumenti per garantire continuità assistenziale durante le assenze.
Inoltre, i medici di famiglia devono gestire un carico crescente di compiti clinici, burocratici e gestionali, molto spesso in totale autonomia. Per affrontare queste criticità, diversi professionisti hanno scelto di associarsi in poliambulatori, condividendo spese e carichi di lavoro. Tuttavia, queste iniziative non bastano a colmare il vuoto.
A sottolineare le difficoltà vissute sul campo è anche la testimonianza di Placido Scudieri, un medico di famiglia attivo nel territorio
“Nelle zone disagiate come quella dei Nebrodi, dove esercitiamo la professione, oltre alla difficoltà di trovare i sostituti, c’è anche la difficoltà ad associarsi con altri colleghi, considerate le distanze tra i paesi. In molti casi, siamo costretti a seguire i pazienti da remoto, per telefono, anche per problematiche complesse. Assurdo, sì, ma purtroppo è la realtà quotidiana. Il carico burocratico è diventato insostenibile. Passiamo ore a gestire pratiche, moduli e incombenze amministrative, spesso senza alcun supporto, mentre il tempo da dedicare alla clinica e alla relazione con il paziente si riduce drasticamente. Nonostante l’impegno e la passione che mettiamo nel nostro lavoro, spesso ci sentiamo soli, e la sensazione di non riuscire a fare abbastanza per i pazienti è frustrante. Va sfatato un mito: la medicina generale non è un ripiego per chi vuole lavorare meno. Al contrario, richiede competenze trasversali, disponibilità costante e una gestione autonoma che coinvolge tanto la cura quanto l’organizzazione. Non ha nulla da invidiare alle altre specializzazioni, e proprio per questo andrebbe riconosciuta, formata e sostenuta adeguatamente. Se davvero si vuole garantire un’assistenza primaria capillare e di qualità, serve un cambio di rotta deciso: più risorse, strutture funzionanti, tutele per i professionisti e un investimento serio in una medicina territoriale che oggi, soprattutto nelle zone interne, sta scomparendo.”
I disagi dei pazienti
Per i cittadini, le conseguenze sono pesanti. La difficoltà nel contattare il proprio medico di fiducia, specie nei periodi di ferie o sovraccarico, spinge molti a rivolgersi impropriamente al pronto soccorso. Questo comportamento, dettato dalla mancanza di alternative, causa un sovraffollamento delle strutture di emergenza, con il conseguente allungamento dei tempi di attesa e un impatto negativo anche per i casi realmente urgenti.
Gli anziani, i pazienti fragili e le persone con mobilità ridotta sono tra i più penalizzati, spesso costretti a rinunciare alle cure o ad affrontare gravi disagi. Il carico di lavoro crescente per i medici rimasti in servizio comporta una riduzione drastica del tempo dedicato a ciascun paziente, compromettendo sia la qualità dell’assistenza sia la relazione di fiducia che è il fondamento della medicina territoriale.
La crisi della medicina generale è ormai strutturale: riflette un sistema sotto pressione, dove i medici sono sempre più isolati e i pazienti sempre più soli. Un sistema che, se non viene riformato con decisione, rischia di compromettere l’intero modello di assistenza di prossimità.




