Il sipario sta calando sul palcoscenico del potere meloniano nell’isola, e la scena non è delle più edificanti. Dopo l’emersione di un fitto intreccio di tangenti, regali e favori che avrebbe segnato una parte rilevante dell’attività dell’Ars e di alcuni assessorati — in particolare quello al Turismo — ricostruito grazie a due anni di intercettazioni della Guardia di Finanza, Manlio Messina, deputato, ex assessore regionale al Turismo ed ex vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha annunciato con una nota carica di pathos il suo addio al partito. Una decisione solenne, a tratti drammatica, che però arriva non a caso: proprio mentre il suo nome – “Uomo 6” – fa capolino nelle carte della Procura di Palermo.
Messina, con tono quasi mistico, assicura che non aderirà ad altri partiti, “né ora né in futuro”. Resta da capire se per scelta o per mancanza di inviti. E mentre si concede qualche giorno per valutare se concludere anticipatamente il suo mandato parlamentare, il sospetto è che più che il senso di responsabilità a guidarlo sia il peso delle indagini in corso. Il suo allontanamento sembra più un ripiegamento strategico che un atto di coscienza.
Nel frattempo Gaetano Galvagno – presidente dell’Ars e fulcro dell’inchiesta della Procura – prova a scrollarsi di dosso le accuse di peculato e corruzione con una difesa che suona più come un’arrampicata sugli specchi. Dopo settimane di silenzio, è tornato a parlare. Ma non per chiarire. Piuttosto per confondere. Le carte, però, parlano chiaro: nell’avviso di conclusione indagine la prima contestazione è quella di corruzione in concorso, sia per Galvagno che per De Capitani, “nella qualità di intermediaria e facilitatrice degli accordi illeciti, posti in essere dal pubblico ufficiale Galvagno”, che “indebitamente si facevano promettere e dare da Cannariato una serie di utilità per sé e per altri, in relazione all’esercizio delle proprie funzioni pubblicistiche che sistematicamente sviavano e sottomettevano agli interessi privatistici della Cannariato e degli enti alla lei riconducibili”.
Galvagno minimizza e parla di interpretazioni regolamentari, promette la redazione di nuove norme, come se il problema fosse la mancata previsione nel regolamento dell’uso dell’auto blu, la stessa auto blu che tra l’11 gennaio e il 2 dicembre 2024 – da quanto rilevato dalle fiamme gialle – è stata impiegata almeno sessanta volte al di fuori delle attività istituzionali: per portare la madre a spasso con la cagnolina Margot, per ritirare il sushi, presso un fioraio, una farmacia e persino un fast food per il ritiro di kebab e patatine. L’ipotesi di peculato, in effetti, non si dissolve con una riscrittura dei regolamenti o con qualche dichiarazione pubblica. Ma questo al presidente sembra sfuggire.
Le carte della Procura sono ben più gravi: una gestione scientifica e clientelare delle “mance”, l’elargizione di contributi pubblici per iniziative private (o finti eventi di beneficenza), e una rete di beneficiari – collaboratori, amici, portavoce – premiati con risorse pubbliche per attività fallimentari. Tutto questo racconta un potere che si è vissuto come impunito, al riparo dal giudizio.
E mentre la magistratura stringe le maglie attorno al “cerchio magico” siciliano, la reazione del presidente dell’Ars è quella del leader offeso: non ci sono ammissioni, non c’è autocritica, ma solo un attacco ai giornalisti, accusati di orchestrare una “campagna mediatica sistemica”. Vittimismo d’accatto, che però non regge di fronte ai fatti.
Con Messina in fuga e Galvagno sotto pressione, Fratelli d’Italia in Sicilia si trova davanti a un bivio. Le prossime settimane saranno decisive: non solo per l’esito delle indagini, ma anche per il futuro politico di un partito che aveva fatto della “legalità” e del “merito” i suoi cavalli di battaglia.
Ma ora, tra fondazioni collegate a familiari, eventi fantasma e auto blu usate come taxi privati, il rischio è che l’intera impalcatura regionale del partito venga giù. A Roma, qualcuno inizia a chiedersi se non sia il caso di commissariare davvero il partito in Sicilia, stavolta per ricostruirlo dalle fondamenta. Del resto, se anche gli “onorevoli” più vicini a Giorgia Meloni iniziano a gettare la spugna, è lecito pensare che qualcosa si sia rotto. O che qualcuno abbia finalmente fiutato che la stagione della totale impunità stia per finire.




