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Mistretta, cartelle TARI 2017: quando l’errore dell’Ente lo paga il cittadino

A Mistretta sta arrivando una valanga di cartelle esattoriali inviate dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione a decine, forse centinaia di cittadini: si chiede il pagamento della TARI 2017 che, “a detta loro”, risulta non versata, con l’aggiunta di interessi, sanzioni e aggio. Fin qui, potrebbe sembrare la solita procedura di recupero crediti. Ma la realtà raccontata dagli amastratini e accertata da questa redazione è ben diversa: molti hanno già pagato, e lo dimostrano “ricevuta alla mano”. Altri giurano di aver pagato ma non hanno più il documento. E qui nasce l’assurdo: chi non riesce a dimostrare il pagamento rischia di pagare due volte.

Il quadro è chiaro: a monte c’è un errore del Comune di Mistretta, che, dopo aver notificato gli avvisi di accertamento nel 2023 (forse fuori dai termini prescrizionali) avrebbe trasmesso all’organo di recupero, elenchi di presunti morosi includendo anche contribuenti regolarmente in regola. E non si parla di due o tre casi isolati: il problema, da quanto emerge, è diffuso e sta generando disagi reali, costi indiretti e una corsa contro il tempo per rimediare a un errore non commesso dai cittadini.


Cosa sta succedendo (in termini semplici, ma tecnici)

La TARI è un tributo comunale: la competenza è del Comune, che calcola l’importo e incassa (di norma con F24). Se un contribuente non paga, dopo gli avvisi e le fasi previste, il Comune può affidare la riscossione coattiva all’Agenzia delle Entrate riscossione. L’Agenzia delle Entrate però non “inventa” i debiti: si basa sui dati trasmessi dall’Ente creditore. Se l’elenco è errato, l’errore si scarica sull’ultima ruota del carro: il cittadino. “A corda a paga sempri u puorcu”, si dice. E qui il proverbio calza fin troppo bene.

E infatti è esattamente quello che sta succedendo: persone che hanno pagato si ritrovano comunque la cartella. Altre persone, senza più ricevuta, rischiano di essere travolte da un meccanismo burocratico che, in pratica, le costringe a scegliere tra due mali: pagare di nuovo per “togliersi il pensiero” (ingiustizia evidente); opporsi e cercare prove, con tempo, stress e incertezza.


Il nodo: l’F24 ha un’identificazione precisa. Com’è possibile “non agganciare” un pagamento?

Nei modelli F24 emessi dall’Ente, come sanno bene addetti ai lavori e professionisti, esistono codici e riferimenti che collegano contribuente, tributo e annualità. In altre parole: il pagamento non è un foglietto volante, ma una transazione tracciabile.

E allora la domanda non è retorica: com’è possibile che un pagamento regolare risulti “non versato”?

Le ipotesi tecniche più plausibili (che non giustificano, ma spiegano) sono poche:errore nell’allineamento delle banche dati (pagamento presente ma non correttamente registrato nel gestionale TARI); abbinamento sbagliato (versamento attribuito a posizione/annualità diversa); estrazioni errate degli elenchi (lista morosi generata senza verifiche incrociate finali); mancata bonifica prima dell’invio ad all’ente riscossore (nessun controllo di congruità sui pagamenti).

Tutte strade che portano allo stesso punto: superficialità amministrativa o, peggio, un sistema di controllo interno che non funziona. Perché quando gli errori diventano “molteplici”, non sono più sviste: sono un problema strutturale.


Il danno non è solo economico: è tempo, stress e costo “invisibile”

Per chi ha pagato e ha la ricevuta, l’ingiustizia assume una forma precisa: la cartella non sparisce da sola. Bisogna muoversi, produrre documenti, protocollare richieste. E così file agli sportelli, assalto a CAF e professionisti, pratiche urgenti e giornate perse dal lavoro. E per cosa? Per dimostrare una cosa che il sistema avrebbe dovuto sapere già.

Nel frattempo, chi non ha più ricevuta (e magari ha pagato anni fa) entra in un limbo: l’onere della prova ricade di fatto sul cittadino, anche quando l’anomalia nasce in casa pubblica. È qui che lo Stato (o l’Ente) perde credibilità: non quando chiede il tributo dovuto, ma quando pretende di incassare anche ciò che è stato già pagato.


Il vero tema: responsabilità e conseguenze

Se l’errore è del Comune, è il Comune che deve correggere, ma soprattutto deve prevenire. E prevenire significa controlli incrociati prima di inviare elenchi; verifica campionaria e di congruità; sportello dedicato e corsia preferenziale per chi ha ricevute; comunicazione pubblica trasparente: quanti casi? quali strade? quali tempi?

Perché oggi l’effetto concreto è uno solo: il cittadino paga il prezzo dell’inefficienza, anche quando non deve un euro. E a questo punto nasce una proposta provocatoria, ma tutt’altro che campata in aria: se per ogni cartella risultata infondata (per pagamento dimostrato effettuato) l’utente dovesse essere risarcito, magari con una somma forfettaria – 50 euro, come si dice in paese – a carico della struttura responsabile, non per “vendetta” ma per responsabilità, forse qualcuno comincerebbe a controllare due volte prima di premere “invio”.

Non è populismo: è un principio di base dell’amministrazione moderna. Gli errori si riducono quando hanno conseguenze. Oggi, invece, la conseguenza la subisce sempre la stessa parte: chi ha meno strumenti, meno tempo e meno voce.

“E’ colpa del programma”

C’è da scommetterci: qualcuno dirà che la responsabilità è del gestionale, del software di contabilità, del sistema informatico che “non ha allineato i dati”. Il colpevole perfetto: silenzioso, impersonale, incapace di replica. Troppo facile.

I programmi non decidono da soli quali elenchi trasmettere. Non premono il tasto “invio” senza che qualcuno li controlli. Non certificano la morosità senza una validazione umana. Il software esegue ciò che gli viene impostato. Se l’errore si ripete su larga scala, il problema non è la tastiera: è chi la usa.

Scaricare la responsabilità su una riga di codice sarebbe l’ennesima beffa per chi oggi perde tempo e denaro per rimediare a un disguido non suo. La tecnologia può sbagliare, certo. Ma la responsabilità amministrativa resta sempre, inevitabilmente, umana.


Una domanda finale, che non può restare senza risposta

Se i pagamenti erano tracciati e se le posizioni erano regolari, perché questi cittadini risultano morosi? E soprattutto: chi si assume la responsabilità del disagio collettivo causato?

L’errore di qualche funzionario dell’Ente non può trasformarsi in una tassa aggiuntiva sul tempo.

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