A Mistretta c’è una presenza che tutti conoscono, anche senza volerlo. Un uomo che si aggira spesso per il centro cittadino, che non passa inosservato nemmeno agli sguardi più distratti. I suoi comportamenti sono definiti “strani” da chi lo osserva da lontano, ma diventano preoccupanti per chi, direttamente, ne ha subito le conseguenze: auto prese a calci, persone insultate, birra lanciata addosso, ragazzine rincorse e spaventate. Episodi che non appartengono al campo delle dicerie, ma della quotidianità di chi si è trovato, suo malgrado, faccia a faccia con una situazione fuori controllo.
C’è chi lo definisce una persona fragile, e probabilmente lo è. Ma fragile non significa innocua. E soprattutto, fragile non può e non deve significare abbandonata.
La scorsa estate l’uomo è stato coinvolto in una rissa con alcuni giovani della comunità amastratina, episodio oggi al centro di un’indagine dei Carabinieri della Compagnia di Mistretta. Segnalazioni alle forze dell’ordine ce ne sono state diverse, nel tempo. Segnalazioni che, secondo quanto risulta, sono state tempestivamente trasmesse alla Procura di Patti, come previsto dalla legge. Sul soggetto penderebbero misure di sicurezza mai eseguite. E qui si apre il vero, drammatico problema.
In teoria, l’uomo dovrebbe essere accolto in una REMS (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), strutture sanitarie destinate a persone affette da disturbi mentali e ritenute socialmente pericolose. In Sicilia ne esistono solo due, a Naso e Caltagirone. Entrambe senza posti disponibili. Quindi nessuna alternativa. Nessuna soluzione tampone.
Il risultato è un cul-de-sac istituzionale, un vicolo cieco nel quale le responsabilità esistono ma le soluzioni no. Il soggetto resta di fatto libero, pur essendo considerato socialmente pericoloso, non perché qualcuno lo abbia ritenuto innocuo, ma perché il sistema non dispone degli strumenti concreti per intervenire in maniera efficace e tempestiva.
Nel frattempo, non riceve le cure adeguate di cui avrebbe evidente e urgente bisogno. Ed è qui che emergono con forza le lacune del livello territoriale, in particolare del Comune e dei servizi sociali, chiamati – almeno sulla carta – a svolgere un ruolo di presa in carico, monitoraggio e supporto. Una presa in carico che, nei fatti, appare insufficiente o del tutto assente, lasciando la persona sola, senza un percorso terapeutico strutturato, senza un controllo reale, senza una rete di protezione.
Della vicenda sono pienamente a conoscenza ovviamente il Comune di Mistretta, la Procura di Patti, il Servizio di Igiene Mentale, ma anche la Direzione centrale del DAP. Le segnalazioni esistono, gli atti sono stati trasmessi, le criticità sono note. Eppure, tutti sanno e nessuno riesce ad agire. Non per disinteresse, ma perché ciascun soggetto istituzionale si muove entro confini normativi rigidi, che finiscono per trasformarsi in una gabbia.
La REMS rappresenterebbe, sulla carta, la risposta corretta: strutture sanitarie a gestione esclusivamente medica, pensate per garantire contemporaneamente cura, controllo e tutela della collettività, con permanenze transitorie ed eccezionali, applicabili solo quando ogni altra soluzione risulti inadeguata. Ma quando i posti sono esauriti, come accade sistematicamente in Sicilia, la misura di sicurezza resta inapplicabile. E una legge che non può essere applicata smette di essere tutela, diventando un vuoto.
È in questo spazio vuoto che la responsabilità si frantuma. Il sanitario non può intervenire senza un provvedimento eseguibile. L’autorità giudiziaria dispone, ma non può far eseguire. Le forze dell’ordine vigilano, ma non possono sostituirsi a un sistema sanitario che non ha strutture disponibili. Il Comune assiste, si limita a segnalare perché dice di non avere strumenti operativi. Tutti fanno la propria parte, formalmente. Nessuno riesce a risolvere il problema, concretamente.
Il risultato è un rimpallo silenzioso, fatto di relazioni, note, segnalazioni e protocolli, mentre la realtà continua a scorrere per strada, tra comportamenti imprevedibili, tensioni e paura. Una situazione che resterà sospesa fino a quando non esploderà. Perché, prima o poi, esploderà. Qualcuno si farà male, e solo dopo, il sistema che oggi non sa proteggere una persona incapace, lasciandola sola, esposta a sé stessa e al rischio di una deriva ancora più grave, il sistema che fallisce nel garantire l’incolumità pubblica, costringendo cittadini, famiglie e commercianti a convivere con la paura e l’incertezza, sicuramente troverà una soluzione. Vogliamo scommettere…
L’esperienza insegna che spesso una via d’uscita si trova solo dopo che accade qualcosa di irreparabile. Quando il “si sapeva” diventa un macigno, e il “non c’erano posti” suona come una giustificazione intollerabile. Qui non si tratta di puntare il dito contro una persona fragile. Si tratta di puntare il dito contro un sistema debole, incapace di intervenire per tempo, di prevenire, di tutelare tutti: chi ha bisogno di cure e chi ha diritto di vivere serenamente la propria città.




