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Morti sul lavoro, Sicilia seconda per incidenza: 35 vittime in sette mesi

Trentacinque persone morte in Sicilia nei primi sette mesi del 2026 durante lo svolgimento del lavoro. Una media di cinque vittime al mese. Ma per comprendere la gravità del bilancio bisogna guardare anche alla dimensione della popolazione lavorativa: rapportando i decessi al numero degli occupati, la Sicilia presenta la seconda incidenza più alta d’Italia, dopo la Calabria.

L’elaborazione dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, basata sui dati Inail, indica per l’Isola 23,5 vittime ogni milione di occupati, contro una media italiana di 17,8. Il divario è di circa il 32%. La Sicilia rientra così nella “zona rossa” individuata dall’Osservatorio insieme a Calabria, Campania, Liguria e Puglia. Analisi Vega Engineering.

Questa classificazione richiede una spiegazione: superare il 125% della media nazionale significa avere un’incidenza superiore di oltre un quarto alla media, non del 125%. È una fascia statistica di rischio, utile a confrontare territori con un diverso numero di lavoratori.

Il numero assoluto dei morti racconta quante vite sono state perse; il rapporto con gli occupati permette di leggere quel bilancio nella realtà economica di ciascuna regione. Una regione con più lavoratori può registrare più vittime e, nello stesso tempo, un’incidenza inferiore. Per questo fermarsi alla sola graduatoria dei decessi rischia di restituire un quadro incompleto.

Occorre inoltre distinguere le morti “in occasione di lavoro”, alle quali si riferisce il confronto regionale, da quelle “in itinere”, avvenute nel tragitto tra casa e lavoro. A livello nazionale, tra gennaio e luglio, il bilancio complessivo è di 595 vittime: 430 durante il lavoro e 165 in itinere. Nello stesso periodo del 2025 erano state 607: dodici in più, con una diminuzione del 2%. Dati Vega Engineering.

Una riduzione contenuta, che va registrata senza trasformarla in un giudizio rassicurante. Per capire se la prevenzione stia producendo risultati duraturi servono confronti nel tempo, attenzione ai singoli comparti e analisi delle circostanze degli incidenti.

Sul piano nazionale, i numeri riportati nell’analisi indicano nelle costruzioni il comparto con più decessi durante il lavoro: 76, seguito da trasporto e magazzinaggio con 55 e attività manifatturiere con 50. Anche qui conta la precisione: il settore con più vittime non coincide necessariamente con quello a maggiore rischio per ciascun occupato. Per stabilirlo occorre considerare quanti lavoratori vi operano e la loro esposizione ai pericoli.

Un’altra disuguaglianza riguarda i lavoratori stranieri: l’incidenza indicata è di 46,8 morti per milione di occupati, contro 14,4 tra gli italiani. Un divario di oltre tre volte che impone di approfondire mansioni, condizioni di impiego e accesso effettivo alla formazione. Il dato, da solo, non permette però di attribuire una causa unica alla differenza.

Intanto, le cronache di settembre riportano l’attenzione sulle campagne siciliane. Il 6 settembre Stefano Palumbo, 67 anni, è morto in contrada Quaranta Salme, ad Alcamo, dopo essere rimasto incastrato in una vendemmiatrice. Nello stesso incidente è rimasto gravemente ferito Massimo Lauria, 57 anni. Sono intervenuti i carabinieri e i tecnici dello Spresal dell’Asp per ricostruire l’accaduto. Le responsabilità e le eventuali carenze di sicurezza devono essere accertate.

Il 9 settembre è stata inoltre riportata la morte di un 57enne rimasto schiacciato dal trattore a Marsala e deceduto dopo tre giorni di ricovero. Secondo la ricostruzione pubblicata, l’uomo viveva in Germania, era in Sicilia per le ferie e stava ripulendo un terreno vicino alla propria abitazione. È una tragedia che richiama il problema della sicurezza nell’impiego dei mezzi agricoli, ma le informazioni disponibili non consentono di inserirla automaticamente nel conteggio degli infortuni professionali.

Gli episodi successivi a luglio non autorizzano, dunque, a costruire un nuovo totale sommando le notizie di cronaca. Occorre attendere un aggiornamento riferito allo stesso periodo e agli stessi criteri di rilevazione.

Il quadro siciliano pone comunque una domanda concreta alle istituzioni, alle imprese e agli organismi di vigilanza: come trasformare questi numeri in interventi verificabili? Quanti controlli vengono effettuati nei settori più esposti? Quali irregolarità emergono? Le carenze individuate vengono eliminate? La formazione mette davvero chi lavora nelle condizioni di riconoscere un pericolo e fermarsi?

Sono domande che dovrebbero trovare risposte pubbliche anche quando non c’è una tragedia ad attirare l’attenzione. La sicurezza si misura nella capacità di impedire l’incidente: nell’organizzazione delle attività, nelle condizioni delle attrezzature, nella preparazione delle persone e nella possibilità concreta di interrompere un’operazione pericolosa.

Dietro quei trentacinque morti ci sono famiglie che hanno già pagato un prezzo irreparabile. Il compito di chi ha responsabilità è fare in modo che il prossimo aggiornamento statistico racconti anche che cosa è stato cambiato per proteggere chi continua a lavorare.

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