A confermare questa deriva non è solo una sensazione diffusa, ma anche la cronaca giudiziaria. Il tribunale di Palermo ha condannato a 8 anni e 9 mesi per corruzione Paolo Arata, ex deputato di Forza Italia e consulente della Lega per l’energia, ritenuto dai giudici socio occulto dell’imprenditore dell’eolico Vito Nicastri, considerato vicino al boss Matteo Messina Denaro.
Secondo l’accusa, attorno agli affari nel settore energetico ruotava un sistema di tangenti alla Regione siciliana che ha portato alla condanna a 8 anni dell’ex funzionario Alberto Tinnirello e a 2 anni, con rito abbreviato, del dirigente Giacomo Causarano. Sullo sfondo, il patteggiamento di Nicastri e del figlio Manlio e un ulteriore filone ancora sotto processo: una presunta mazzetta che, stando alle intercettazioni, sarebbe stata destinata all’allora sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri.
Questa è solo l’ultima vicenda che investe la politica siciliana, in una sequenza che sembra non conoscere pause. L’elenco dei deputati regionali coinvolti, a vario titolo, in inchieste per corruzione, tangenti e gestione opaca dei fondi pubblici si allunga di anno in anno, in un aggiornamento continuo che finisce per diventare normalità. Le cronache giudiziarie si sovrappongono, i nomi cambiano, lo schema resta. Ed è proprio questa ripetizione a rendere il quadro ancora più grave: non l’eccezionalità dello scandalo, ma la sua prevedibilità.
Non è il furto, la corruzione, le mazzette a scandalizzare davvero. È la serenità con cui viene consumato. È il sorriso in conferenza stampa, l’indignazione rovesciata, la capacità di trasformare l’accusa in vittimismo. Non hanno smesso di rubare — ammesso che qualcuno l’avesse mai fatto — hanno smesso di vergognarsi.
La vergogna è un freno morale. È il momento in cui chi sbaglia abbassa lo sguardo. Oggi, invece, lo sguardo è fisso nelle telecamere. Si parla di “persecuzione”, di “errori formali”, di “attacchi politici”. Si invoca il garantismo quando conviene e il giustizialismo quando colpisce l’avversario. La coerenza è diventata un accessorio fuori moda.
Non è solo questione di tangenti o mazzette — che pure continuano ad affiorare come relitti mai affondati davvero. È una forma più sottile e diffusa di appropriazione: occupazione di poltrone, nomine per fedeltà invece che per competenza, fondi pubblici trattati come strumenti di consenso, non come responsabilità. È il potere usato come scudo personale.
Il problema non è il singolo scandalo. È l’anestesia collettiva. Ogni settimana una nuova rivelazione, ogni mese un’indagine, ogni anno una commissione d’inchiesta. Tutto scivola via nel rumore costante dell’indignazione permanente. Lo scandalo dura 48 ore, poi viene sostituito dal successivo. La memoria è corta, la rassegnazione lunga.
C’è stato un tempo in cui un avviso di garanzia bastava a far dimettere un ministro. Oggi si resta incollati alla poltrona come se fosse un diritto ereditario. La politica si è convinta che il consenso elettorale sia una sorta di immunità morale. “Mi hanno votato”, quindi posso restare. Come se il voto fosse un’assoluzione preventiva.
Ma la democrazia non è una delega in bianco. È un patto di fiducia. E la fiducia, una volta erosa, non si ricostruisce con uno slogan.
La cosa più grave non è nemmeno il danno economico — pur enorme. È il danno culturale. Quando chi governa normalizza l’opacità, il messaggio che passa è devastante: le regole sono elastiche per chi ha potere, rigide per chi non ne ha. È la pedagogia dell’ingiustizia.
E allora sì, la vera frattura è questa: non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi. Perché la vergogna implica il riconoscimento di un limite. E quando il limite scompare, resta solo la forza dei numeri, delle alleanze, dei sondaggi.
Recuperare la vergogna pubblica non significa invocare forche o tribunali mediatici. Significa pretendere standard più alti. Significa considerare le dimissioni non come una sconfitta, ma come un atto di rispetto verso le istituzioni. Significa ricordare che il potere è servizio, non privilegio.
La politica può ancora essere dignità, visione, responsabilità. Ma finché l’unico imbarazzo sarà essere scoperti — e non aver sbagliato — continueremo a confondere l’abilità nel sopravvivere con la capacità di governare.




