A otto mesi dalla data ultima — la scadenza fissata per portare a termine i 3.557 progetti concordati con Bruxelles è la fine di giugno 2026 — la fotografia rimanda un’unica parola: vergogna. La Regione Siciliana dispone di risorse importanti e urgenti per ammodernare infrastrutture, agricoltura, servizi e inclusione, ma la macchina amministrativa gira a vuoto: su 1,9 miliardi «a disposizione» la spesa effettiva registra percentuali imbarazzanti e la rendicontazione verso Bruxelles è ancora più indietro. I segnali sono chiari: o si corre — e subito — oppure parte dei fondi andranno perduti.
Il presidente Renato Schifani lo sa e per questo ha convocato la cabina di regia: tentativo di mettere d’accordo assessorati e dirigenti, spingere gare, sbloccare procedure. Ma la cabina non è una bacchetta magica: servono atti concreti, responsabilità e—soprattutto—un cambio culturale nella gestione delle pratiche pubbliche. Negli ultimi anni la Sicilia è stata spesso indicata come la regione con cantieri fermi e progetti «incompiuti» — un’eredità che ora rischia di trasformarsi in un costo politico e finanziario altissimo.
Numeri che bruciano. Alcuni dipartimenti appaiono bloccati o incapaci di spendere: il Dipartimento Agricoltura, per fare un esempio che dovrebbe far arrossire, ha un budget assegnato nell’ordine delle decine di milioni ma ha speso solo briciole. È il segnale di una burocrazia che inceppa bandi, gare e progetti prima ancora che partano. Se non si velocizzano le procedure, la beffa sarà doppia: non solo l’isola perderà infrastrutture e lavoro, ma dovrà anche rendere conto all’Unione Europea del mancato utilizzo dei fondi.
Le scuse ufficiali — mancanza di personale, complessità normativa, contenziosi — sono in parte reali. Ma non possono diventare il lasciapassare per l’immobilismo. Al contrario: servono soluzioni pratiche e immediate, non dichiarazioni di intenti. Alcune proposte concrete, già emerse nel dibattito pubblico, sono fattibili e vanno attuate senza ulteriori indugi: snellimento delle procedure amministrative tramite delega operativa, utilizzo massiccio di temporary manager per sbloccare gare strategiche, sportelli unici per progetti complessi e incentivi per i dirigenti che sbloccano e completano i cantieri nei tempi stabiliti.
La posta in gioco è altissima: non si tratta solo di percentuali o di cifre contabili da inserire in un report a Bruxelles. È lavoro, sviluppo, opportunità per imprese locali e giovani; è la possibilità di interrompere il ciclo delle opere incompiute che ha rallentato l’isola per decenni. Il tempo stringe: la politica dovrà scegliere se interminabili riunioni di facciata o tagli netti alle responsabilità che hanno prodotto questo disastro. La retorica della “programmazione” non basta più.
Chi dovrebbe rispondere? Tutti: dal presidente della Regione fino al direttore di dipartimento che lascia pratiche ferme sulla sua scrivania. La cabina di regia convocata da Schifani può diventare il luogo per imporre scadenze reali, commissariare i progetti bloccati e pubblicare un cronoprogramma verificabile pubblicamente. E se qualcuno pensa che sia sufficiente annunciare nuovi bandi per “risolvere” il problema, sbaglia: servono controlli veri, trasparenza totale nei flussi e sanzioni per chi rallenta volontariamente.




