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Norma sulle donne in giunta: conquista o complicazione? Il rischio di una buona legge fatta nel modo sbagliato

L’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato l’articolo 8 del ddl di riforma degli Enti locali che introduce l’obbligo del 40% di rappresentanza di genere nelle giunte comunali dei Comuni sopra i 3 mila abitanti.

Soddisfatte le deputate regionali, 15 in tutto e appartenenti a tutti i partiti: “Finalmente la Sicilia si adegua ad una norma nazionale che prevede la presenza di genere nelle giunte comunali con la soglia pari al 40% per ciascun sesso rappresentato. È una battaglia vinta dalle donne che potranno partecipare alla vita politica ed amministrativa con ruoli nei governi municipali”. 

Scegliere per capacità, non per quota

La rappresentanza femminile nelle istituzioni non è un tema ideologico, ma una questione di equilibrio democratico. Per troppo tempo le donne sono rimaste sottorappresentate nei ruoli apicali, anche quando competenze e consenso non mancavano. Per questo le quote di genere sono nate come uno strumento correttivo, non come un privilegio.

Ma ogni misura pensata per risolvere un problema temporaneo rischia di diventare stabile nel tempo. Uno strumento utile per colmare un divario può trasformarsi in una regola fissa, anche quando le condizioni che lo avevano reso necessario sono cambiate.

Quel che crediamo, oggi, è che la donna dovrebbe essere scelta perché è la più capace, non perché è necessaria per raggiungere una soglia. La vera sfida sarebbe stata costruire una cultura politica in cui la presenza femminile fosse naturale, non imposta.

È da qui che deve partire ogni riflessione seria sulla riforma approvata dall’Assemblea Regionale Siciliana, che introduce l’obbligo del 40% di rappresentanza di genere nelle giunte comunali sopra i 3 mila abitanti.

Nessuno mette in discussione il problema storico della sottorappresentazione femminile. Per anni le donne sono rimaste fuori dai ruoli decisionali per dinamiche culturali, reti di potere consolidate, abitudini politiche difficili da scardinare. Le quote sono nate come risposta a questa distorsione.

Ma una risposta può essere giusta nel principio e discutibile nel metodo. Perché quando la percentuale diventa un obbligo rigido, il rischio è che il criterio numerico prevalga su quello qualitativo. Non dovrebbe essere il genere a determinare la scelta, ma il merito, la competenza, la visione amministrativa.

Soprattutto nei piccoli Comuni, dove il bacino di persone disponibili è limitato, il vincolo può trasformarsi in una difficoltà concreta per i sindaci chiamati a formare una squadra coesa, competente e politicamente equilibrata.

Il punto non è negare l’importanza della parità. Il punto è chiedersi se la parità si costruisca meglio con un’imposizione o con un cambiamento culturale. La democrazia si rafforza quando i cittadini scelgono liberamente le persone che ritengono più capaci. Se una donna entra in giunta perché è la migliore, la sua autorevolezza è indiscutibile. Se entra per completare una quota, il rischio è di indebolire proprio quel principio che si voleva affermare.

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