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Operazione “Gamma Interferon”: la montagna che partorì un topolino

L’inchiesta sulla macellazione clandestina nei Nebrodi si chiude tra assoluzioni, prescrizioni e poche condanne

La parola fine è arrivata dalla Corte di Cassazione: una sola condanna, due capi d’imputazione dichiarati prescritti e ricorsi respinti. Per il resto e l’ennesimo colpo di spugna su una vicenda che, negli anni, ha perso gran parte della sua forza accusatoria. Con questa decisione si chiude definitivamente l’operazione “Gamma Interferon”, la maxi inchiesta che nel 2016 aveva promesso di scoperchiare un “sistema marcio” legato alla macellazione clandestina e al commercio illegale di carni nei Nebrodi.

Un’indagine che all’inizio fece tremare allevatori, macellai e persino medici veterinari, accusati di collusione e falsificazione dei controlli sanitari. Ma dopo dieci anni di processi, titoli di giornale e attese, il risultato è un epilogo ridimensionato: poche condanne, molte assoluzioni e una lunga scia di prescrizioni.

L’inchiesta che fece tremare i Nebrodi

L’indagine, coordinata dal Commissariato di Polizia di Sant’Agata di Militello e dalla Mobile di Messina, portò alla ribalta immagini forti: macellazioni clandestine, animali maltrattati, allevatori collusi, veterinari compiacenti e carne potenzialmente infetta immessa sul mercato. La Procura di Patti parlò di una filiera illegale che legalizzava, sulla carta, animali rubati o malati, falsificando certificati sanitari e accaparrandosi perfino contributi europei.

Il tutto venne costruito attorno agli esami del Gamma Interferone, un test sul sangue che segnalava la possibile presenza della tubercolosi bovina.

Il crollo dell’accusa in tribunale

Fu proprio lì che l’impianto accusatorio crollò. Gli accertamenti disposti dal Tribunale di Patti dimostrarono che il Gamma Interferone non era affatto infallibile: in diversi casi, animali dati per positivi risultarono sani alla prova ufficiale IDT. Una differenza scientifica che si trasformò in un macigno giudiziario.

Il 19 luglio 2023 arrivò la prima sentenza: soltanto 7 condanne su 41 imputati, mentre i veterinari dell’Asp di Sant’Agata furono tutti assolti. Dei 127 capi di imputazione, ben 103 finirono prescritti. L’associazione a delinquere, la più pesante delle accuse, cadde per 25 imputati.

Appello e Cassazione: colpo di spugna

L’8 luglio 2024 si aprì il processo d’appello a Messina con un clamoroso colpo di scena: la Procura Generale, rappresentata dal procuratore Giuseppe Lombardo, si allineò alle difese, chiedendo altre assoluzioni e riconoscendo prescrizioni. Una scelta che sancì il progressivo svuotamento dell’impianto accusatorio.

Infine, la Cassazione ha scritto l’ultimo capitolo: ha annullato senza rinvio due condanne per prescrizione e ha dichiarato inammissibile il ricorso per le altre. Tradotto: due imputati vedono cadere le accuse per decorrenza dei termini, mentre rimane un solo condannato, capo e organizzatore dell’associazione a delinquere, con pena confermata a 3 anni.

La montagna che partorì un topolino

A distanza di dieci anni, la domanda che molti si pongono è semplice: cosa resta di Gamma Interferon?
Sicuramente un grande clamore mediatico e la paura, allora fondata, che sulle tavole dei cittadini potessero finire carni non controllate. Ma dal punto di vista giudiziario, resta poco o nulla. La narrazione iniziale del “sistema mafioso” integrato nella zootecnia dei Nebrodi non ha retto al vaglio dei giudici.

Quella che fu presentata come una battaglia di legalità si è trasformata in un caso emblematico di accuse fragili, metodi scientifici discutibili e tempi processuali talmente lunghi da consegnare gran parte dei reati alla prescrizione.

Una lezione per il futuro

La vicenda lascia l’amaro in bocca. Non perché la giustizia abbia assolto chi era innocente – quello è il suo compito – ma perché una delle inchieste più roboanti della zona si è conclusa con l’effetto di una bolla di sapone. Una lezione chiara: per combattere davvero la criminalità organizzata e le illegalità nel settore agro-zootecnico servono prove solide, controlli seri e processi rapidi. Altrimenti, resteranno solo i titoli sui giornali e la sensazione che, ancora una volta, le montagne dei Nebrodi partoriscono topolini.

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