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Operazione “Nebrodi”, scarcerato Calogero Barbagiovanni: annullata la misura cautelare

Calogero Barbagiovanni è stato scarcerato nella giornata odierna a seguito della perdita di efficacia della misura cautelare in carcere disposta nei suoi confronti. La decisione è stata adottata dalla Corte di Appello di Messina, che ha accolto l’istanza presentata dagli avvocati Salvatore Cipriano e Luca Cianferoni, difensori dell’imputato.

Il provvedimento trae origine dall’accoglimento del ricorso in Corte di Cassazione, proposto dagli stessi legali nell’ambito della nota operazione “Nebrodi”, una delle più rilevanti inchieste giudiziarie condotte negli ultimi anni nel territorio dei Nebrodi, relativa a presunte infiltrazioni mafiose e a truffe sui fondi agricoli comunitari .

Nel corso del procedimento, Barbagiovanni era stato condannato in primo grado dal Tribunale collegiale di Patti alla pena di 15 anni e 6 mesi di reclusione. Successivamente, la Corte di Appello di Messina, riconoscendo diverse assoluzioni rispetto ai capi di imputazione originariamente contestati, aveva rideterminato la pena in 11 anni e 8 mesi .

La Corte di Cassazione ha poi disposto l’annullamento con rinvio limitatamente alla contestata partecipazione al sodalizio mafioso dei cosiddetti “Batanesi”, ritenendo necessario un nuovo esame della posizione dell’imputato su tale specifico profilo. Da qui la conseguente cessazione della misura cautelare custodiale, non essendo più attuale il titolo giuridico che ne giustificava la permanenza in carcere .

Resta ora in attesa la celebrazione di un nuovo processo di appello, che dovrà svolgersi davanti a un’altra sezione della Corte di Appello di Messina, chiamata a riesaminare la vicenda attenendosi ai principi di diritto indicati dalla Suprema Corte.

L’operazione del 2020

All’alba del 15 gennaio 2020, oltre mille uomini della Guardia di Finanza di Messina e del ROS dei Carabinieri eseguirono decine di misure cautelari, colpendo esponenti delle storiche famiglie mafiose operanti tra Tortorici e l’area nebroidea.

L’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Messina – prima sotto la guida del procuratore Maurizio De Lucia e oggi diretta da Antonio D’Amato – ha smascherato un sistema criminale collaudato, fondato su truffe all’Agea, intimidazioni, controllo dei terreni agricoli e condizionamento delle comunità rurali.

Un ruolo centrale nell’azione di contrasto è stato svolto dal “Protocollo Antoci”, ideato dall’allora presidente del Parco dei Nebrodi, oggi europarlamentare M5S Giuseppe Antoci, divenuto successivamente modello nazionale per prevenire le infiltrazioni mafiose nell’erogazione dei fondi agricoli.

Le decisioni della Cassazione

La V sezione penale della Corte di Cassazione, lo scorso 4 dicembre, ha confermato in larga parte la sentenza della Corte di Appello di Messina del settembre 2024, che aveva disposto 65 condanne, 19 assoluzioni e 6 prescrizioni. Con il verdetto definitivo restano 50 condanne irrevocabili, riguardanti in prevalenza gli imputati ritenuti più strettamente legati al clan Bontempo Scavo.

La Suprema Corte ha inoltre pronunciato alcune assoluzioni parziali, dichiarato ulteriori prescrizioni per singoli episodi di truffa e disposto un nuovo giudizio di appello per un numero limitato di posizioni.

Tra i passaggi più significativi, è stata confermata la linea già adottata nei primi due gradi di giudizio: non è stato riconosciuto il reato di associazione mafiosa per le cosiddette “nuove famiglie” di Tortorici, respingendo la richiesta della Procura di reintegrare tale qualificazione giuridica.

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