Sul Santissimo Salvatore di Mistretta si consuma l’ennesimo scontro che rischia di andare ben oltre le fisiologiche divergenze sindacali. Da una parte la UIL e la UIL Fp Messina, che hanno chiesto l’intervento dell’Assessorato regionale della Salute denunciando presunte anomalie nella convenzione tra Asp di Messina e Fondazione Giglio. Dall’altra la CISL Fp che, forte della propria rappresentatività all’interno del presidio, con un comunicato divulgato qualche ora fa, respinge con decisione il quadro delineato dai colleghi e difende il percorso intrapreso.
Al di là delle singole posizioni, una domanda appare inevitabile: a chi giova oggi mettere nuovamente sotto accusa uno dei pochi progetti che negli ultimi anni ha riportato attività, personale specializzato e prospettive di crescita all’interno dell’ospedale di Mistretta?
Le accuse e il peso delle conseguenze
Le verifiche sono sempre legittime. Le segnalazioni meritano attenzione. Ma ciò che lascia perplessi molti osservatori – noi compresi – è la sproporzione e la pericolosità tra la gravità delle accuse e il contesto nel quale esse vengono formulate.
Si parla di malcontento diffuso tra i lavoratori. Eppure il sindacato maggiormente rappresentativo all’interno dell’ospedale sostiene di non avere riscontrato questo clima. Si parla di disagi organizzativi e lunghe attese, ma la stessa Direzione sanitaria avrebbe già adottato correttivi per affrontare le criticità registrate durante la fase iniziale delle attività. Si parla di tutela del servizio pubblico, ma senza spiegare quale alternativa concreta dovrebbe garantire oggi gli stessi livelli di attività e le stesse prospettive di sviluppo.
Il vero rischio per il Santissimo Salvatore
È proprio questo il punto. Chi conosce la storia del Santissimo Salvatore sa bene che il vero pericolo non è rappresentato da qualche inevitabile criticità organizzativa, fisiologica in qualsiasi fase di riorganizzazione. Il vero pericolo è sempre stato un altro: le questioni sollevate da qualche sigla sindacale che negli anni passati hanno prodotto solo immobilismo.
Per anni il territorio ha assistito impotente alla progressiva perdita di servizi, reparti, professionalità e funzioni strategiche. Ogni arretramento veniva giustificato come inevitabile. Ogni ridimensionamento veniva presentato come una necessità tecnica o un’imposizione dall’alto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Oggi, invece, ci si trova davanti a un tentativo di invertire quella tendenza. Un percorso certamente perfettibile. Un progetto che può e deve essere monitorato. Ma che rappresenta una delle poche iniziative capaci di riportare centralità a un ospedale che per troppo tempo è stato considerato periferico.
Le opportunità che non possono essere ignorate
Per questo motivo sorprende che il dibattito si concentri quasi esclusivamente sugli aspetti critici, trascurando completamente i risultati raggiunti e le opportunità aperte.
La sensazione, condivisa da molti operatori sanitari e da una parte significativa della comunità locale, è che attorno alla convenzione si stia combattendo una battaglia che va oltre l’organizzazione dei servizi o la tutela dei lavoratori. Una battaglia nella quale il rischio è quello di utilizzare singole problematiche, che meritano certamente attenzione, come argomento per delegittimare l’intero impianto del progetto.
Migliorare sì, bloccare no
E qui emerge una distinzione fondamentale. Una cosa è chiedere correttivi per migliorare un servizio. Altra cosa è alimentare un clima di sospetto permanente attorno a un modello che, piaccia o meno, sta rappresentando una delle poche opportunità di rilancio per il Santissimo Salvatore.
Se davvero l’obiettivo è il bene dell’ospedale, allora il confronto dovrebbe concentrarsi su come rendere più efficiente ciò che esiste. Se invece ogni criticità diventa il pretesto per mettere in discussione l’intero percorso, il rischio è che a pagare il prezzo più alto non siano né i sindacati né i dirigenti, ma i cittadini dell’hinterland.
Il futuro del San Salvatore
Il San Salvatore non ha bisogno di guerre ideologiche. Ha bisogno di essere rafforzato. E chiunque abbia a cuore il futuro di questo ospedale dovrebbe chiedersi se determinate iniziative contribuiscano realmente a questo obiettivo oppure finiscano, consapevolmente o meno, per rallentarlo.
Il territorio non può permettersi il lusso di perdere altre occasioni. E soprattutto non può permettersi che il sospetto diventi più forte della volontà di costruire. Perché se anche questo tentativo di rilancio dovesse arenarsi, per effetto di denunce pretestuose, domani sarà facile individuare responsabili e responsabilità, molto più difficile sarà recuperare ciò che nel frattempo si sarà perso.




