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Palermo, due omicidi in poche ore e l’ombra di un passato che fa paura

Palermo torna a guardarsi alle spalle. Non perché la città sia di nuovo quella degli anni Ottanta, quando la guerra di mafia trasformava le strade in scenari di morte quotidiana, ma perché alcuni segnali recenti riaprono ferite mai del tutto rimarginate.

L’omicidio di Placido Barrile, 34 anni, trovato senza vita dentro una Smart nel quartiere Cep, ha avuto modalità che gli investigatori non possono sottovalutare: colpi esplosi a distanza ravvicinata, al volto e alla testa, in una zona abitata e simbolica del quartiere, nei pressi di via Filippo Paladini e viale Michelangelo. A dare l’allarme, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato il fratello della vittima. Sul caso indagano i carabinieri, mentre resta da chiarire se Barrile avesse un appuntamento o sia stato raggiunto di sorpresa dal killer.

Poche ore prima, un altro delitto aveva scosso la città: al Villaggio Santa Rosalia è stato trovato morto Pietro De Luca, pensionato di 69 anni ed ex infermiere. Per l’omicidio è stato fermato un ragazzo di 16 anni, reo confesso, che ha raccontato di avere reagito a un’aggressione sessuale. Gli inquirenti, però, stanno verificando la sua versione, anche per il vuoto temporale di circa dodici ore tra il delitto e la costituzione.

Al momento non risultano collegamenti tra i due omicidi. Sono vicende diverse, per dinamica, contesto e profilo delle persone coinvolte. Ma l’effetto sulla città è lo stesso: paura, inquietudine, la sensazione che la violenza sia tornata a occupare lo spazio pubblico.

A rendere più pesante il clima ci sono anche le recenti intimidazioni contro attività commerciali tra Sferracavallo e Tommaso Natale: bottiglie con liquido infiammabile sono state trovate davanti a locali della zona, mentre le indagini dei carabinieri puntano a chiarire se dietro questi episodi vi sia una pressione estorsiva o un messaggio criminale più ampio.

Il paragone con gli anni Ottanta va maneggiato con prudenza. Allora Palermo era attraversata dalla seconda guerra di mafia: tra il 1981 e il 1984, nel contesto dello scontro tra i Corleonesi e le famiglie palermitane, furono commessi centinaia di omicidi. Oggi non ci sono elementi per parlare di una guerra criminale di quelle proporzioni. Ma il punto è un altro: quando in una città tornano omicidi plateali, minacce ai commercianti e armi da fuoco, la memoria collettiva si riattiva immediatamente.

Palermo sa cosa significa abituarsi al sangue. Sa quanto sia pericoloso considerare “normale” un cadavere in strada, un agguato in pieno quartiere, una bottiglia incendiaria davanti a un negozio. Per questo la risposta non può essere solo investigativa, pur fondamentale. Serve anche una reazione civile, politica e sociale: presidio del territorio, tutela degli imprenditori minacciati, sostegno a chi denuncia, controllo delle periferie e attenzione ai segnali minori prima che diventino emergenza.

I due omicidi non raccontano necessariamente una Palermo tornata agli anni bui. Ma dicono che quella paura non è scomparsa. È rimasta sotto traccia, pronta a riemergere ogni volta che la violenza torna a parlare il linguaggio dell’esecuzione, dell’intimidazione e del dominio sulla strada.

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