C’è un confine sottile tra la vita e il rischio, tra la speranza e la rabbia. Lo ha vissuto sulla propria pelle una giovane donna di 29 anni, originaria di Caronia, che ieri sera, intorno alle 19:30, ha dato alla luce la sua bambina in auto, all’uscita autostradale di Messina Gazzi. Una corsa contro il tempo, accompagnata dal marito, dalla suocera e da altri due familiari, per raggiungere il reparto di maternità del Policlinico Universitario della città dello Stretto.
Il viaggio, lungo oltre 100 chilometri, è iniziato dopo che la donna, già in forte travaglio, si era presentata al presidio ospedaliero di Sant’Agata di Militello, unico punto di riferimento per l’area dei Nebrodi occidentali. Ma lì, nessun reparto di ostetricia, nessun punto nascita: i sanitari, consapevoli della gravità della situazione, hanno potuto solo indirizzarla verso Messina, senza offrire alcun supporto o trasferimento in ambulanza.
Un drammatico déjà vu
Per la coppia, ieri sera ha riaperto ferite mai rimarginate. Il 6 maggio 2021 avevano vissuto un’esperienza simile: la futura mamma, allora incinta di un maschietto, fu respinta dallo stesso ospedale e dirottata a Patti. Ma il viaggio fu fatale: arrivarono troppo tardi, e il piccolo nacque senza vita. Una tragedia che ancora pesa. Questa volta, però, il destino ha concesso un finale diverso. Giunti nei pressi dell’uscita di Gazzi, le doglie sono diventate insostenibili. Il marito ha accostato e, in pochi istanti, la giovane donna ha dato alla luce una bambina, Francesca, rimasta legata alla madre dal cordone ombelicale fino all’arrivo dei sanitari del 118, che hanno prestato i primi soccorsi e trasferito madre e figlia al Policlinico.
Un sistema sanitario che lascia soli
Questa vicenda riaccende i riflettori su una realtà drammatica: nelle aree interne e montane della Sicilia, come i Nebrodi, la sanità pubblica è gravemente carente. Le comunità di questi territori, già penalizzate da infrastrutture precarie, devono fare i conti con l’assenza di servizi essenziali come ostetricia e pediatria. Non è la prima volta che un’auto si trasforma in sala parto. Non è la prima volta che si rischia la vita – o la si perde – a causa di un’organizzazione sanitaria miope, centralizzata, incapace di garantire diritti elementari come il parto assistito in sicurezza. E i precedenti pesano: una giovane di Mistretta partorì in autostrada tra Santo Stefano di Camastra e Sant’Agata, ma il neonato non sopravvisse. Un episodio che sembrava isolato, ma che oggi appare come parte di un copione che si ripete, nel silenzio delle istituzioni.
La denuncia: la gravidanza nei Nebrodi è un rischio
Vivere in un piccolo centro dell’entroterra non dovrebbe significare mettere a rischio la propria vita e quella dei propri figli. Eppure, questa è la dura realtà per chi abita nei comuni montani e marginali: ospedali che chiudono, reparti che scompaiono, ambulanze che scarseggiano, personale costretto a lavorare in condizioni estreme. Le donne dei Nebrodi non chiedono privilegi: chiedono solo di poter partorire in sicurezza, in ospedali funzionanti, con medici e ostetriche disponibili, senza dover affrontare viaggi interminabili nel momento più delicato della loro vita. Questa non è una semplice notizia di cronaca. È il sintomo di una malattia profonda del nostro sistema sanitario. È il fallimento di una programmazione che ha abbandonato intere fasce di territorio, lasciando i cittadini soli, impotenti e vulnerabili.
Serve un cambio di rotta
Non possiamo continuare a vedere scorrere fiumi di denaro pubblico per iniziative effimere, eventi folkloristici autoreferenziali, convegni inutili o sagre che servono solo a coltivare consenso elettorale. Tutto mentre nei territori dell’entroterra, come i Nebrodi, mancano i reparti fondamentali, le ambulanze, i medici, persino il diritto basilare a partorire in sicurezza.
È tempo di cambiare priorità: la vita delle persone vale più di una locandina stampata o di una passerella sotto i riflettori locali. Serve un’inversione netta: meno sprechi in manifestazioni costruite a tavolino, più investimenti concreti in sanità, in infrastrutture, in servizi essenziali. Perché un Paese civile si giudica da come tratta le sue periferie. Un parto su un’autostrada non è un evento straordinario. È la manifestazione di una crisi sistemica. Ignorarla, ancora una volta, sarebbe imperdonabile.




