Proprio come oggi, era il 6 gennaio. Il 6 gennaio 1980, quando Mattarella venne assassinato a sangue freddo davanti alla sua abitazione di via Libertà, a Palermo, mentre rientrava dalla messa dell’Epifania con la famiglia. Un agguato mafioso che interruppe brutalmente un progetto politico di rinnovamento profondo della Sicilia.
Da allora sono passati quarantasei anni. Quarantasei anni di misteri, silenzi e depistaggi. A quasi mezzo secolo dall’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, la verità completa su uno dei delitti più gravi della storia repubblicana resta ancora incompiuta.
Piersanti Mattarella, fratello maggiore dell’attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella, aveva incarnato una stagione nuova: una visione moderna dello sviluppo economico e sociale, fondata su riforme, trasparenza amministrativa e legalità. La sua azione di governo aveva restituito credibilità alla Sicilia nel contesto nazionale e internazionale, suscitando speranza tra i cittadini onesti e attenzione nel sistema politico italiano. Proprio quella linea di cambiamento, secondo le ricostruzioni giudiziarie, lo rese un bersaglio per Cosa nostra.

Quel giorno, poco prima delle 13, i killer colpirono a distanza ravvicinata. Mattarella morì sul colpo, la moglie Irma Chiazzese rimase ferita mentre tentava di soccorrerlo. Il nome dell’esecutore materiale non è mai stato definitivamente accertato, ma oggi, a distanza di 46 anni, nuove indagini provano a fare luce su ciò che per decenni è rimasto nell’ombra.
Da circa un anno risultano indagati due boss mafiosi già condannati all’ergastolo: Antonino “Nino” Madonia e Giuseppe Lucchese. Secondo la Procura di Palermo, a sparare sarebbe stato Madonia, figlio del potente capomafia Ciccio Madonia, già condannato come mandante dell’omicidio. Lucchese, detto “Lucchiseddu”, avrebbe invece guidato l’auto utilizzata per la fuga. Entrambi erano figure centrali della mafia palermitana degli anni della seconda guerra di mafia, una stagione di sangue che segnò profondamente la città.
Un elemento chiave delle nuove indagini è rappresentato da una minuscola impronta digitale, una strisciata di circa tre centimetri, conservata per oltre quattro decenni. Le analisi sono in corso nei laboratori dell’Università di Palermo, dove i periti stanno operando con estrema cautela. Si tratta di un reperto fragilissimo, difficile da interpretare e da trattare, ma potenzialmente decisivo. La fase di campionamento sarebbe conclusa e i risultati sono attesi nei prossimi giorni.
Ma il passato ritorna anche sotto forma di nuove accuse di depistaggio. Lo scorso 24 ottobre è stato arrestato Filippo Piritore, prefetto in pensione ed ex funzionario della Squadra mobile di Palermo. Secondo la Procura, avrebbe ostacolato e sviato le indagini sin dal 1980, in particolare sulla sparizione di un guanto di pelle marrone trovato all’epoca nella Fiat 127 usata dai killer per la fuga. Un reperto considerato fondamentale, citato persino dall’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni in Parlamento, e mai più ritrovato.
Il tribunale del riesame ha confermato la misura cautelare, parlando di “gravi indizi di colpevolezza” e di una “speciale disinvoltura” nella condotta dell’indagato. Secondo i giudici, Piritore avrebbe indicato consapevolmente una falsa pista, perseverando per anni in un comportamento che ha contribuito a mantenere oscura una delle pagine più drammatiche della storia nazionale. Un fatto che, come ha commentato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, “fa davvero male”, perché coinvolge un servitore dello Stato.
Nel giorno della ricorrenza dell’omicidio di Piersanti Mattarella, la Sicilia e il Paese intero si fermano a ricordare non solo una vittima eccellente della mafia, ma un’idea di politica alta, rigorosa, fondata sul bene comune. Le nuove indagini riaccendono la speranza che, anche dopo 46 anni, la verità possa emergere fino in fondo. Perché senza verità non c’è memoria piena, e senza memoria non può esserci giustizia. I misteri, però, continuano. E con essi l’impegno a non smettere di cercare.




