Dal carcere ai domiciliari. È questa la decisione del Gip nei confronti di Antonino Giardina, l’imprenditore 36enne arrestato a fine luglio insieme all’ex boss ed ex collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, con l’accusa di aver gestito di fatto un’impresa intestata al fratello per consentire all’ex capomafia di mantenere un ruolo occulto nell’economia di Mazzarrà Sant’Andrea.
Una svolta inattesa, arrivata dopo che il Tribunale del Riesame aveva negato la scarcerazione. A convincere il Gip sono state le dichiarazioni rese dallo stesso Giardina nell’interrogatorio di garanzia: un racconto dettagliato che ha spalancato nuovi scenari sulle presunte commistioni tra mafia, politica e pubblica amministrazione nel piccolo centro del messinese.
Le accuse: mazzette e favori in Comune
Secondo quanto riferito da Giardina, tra il 2018 e il 2023 avrebbe consegnato più volte somme di denaro in contanti – per un totale di circa 50-60 mila euro – all’attuale sindaco Carmelo Pietrafitta, con la mediazione e la complicità del responsabile dell’area tecnica comunale, Giuseppe Di Natale.
I pagamenti sarebbero stati richiesti in cambio dell’affidamento diretto o in subappalto di lavori pubblici a imprese riconducibili allo stesso Giardina, nonostante nel 2020 la Prefettura di Messina avesse emesso un’interdittiva antimafia nei confronti della Pretoria s.r.l..
«Su un lavoro di circa ventimila euro – ha raccontato l’imprenditore – mi veniva chiesto un ritorno di circa duemila euro. Altre volte, quando non poteva affidarmi incarichi urgenti, mi obbligava a eseguire gratuitamente lavori come favore personale».
Secondo l’accusa, il denaro sarebbe stato consegnato nell’abitazione privata del sindaco, in un locale di pertinenza. Quando Giardina ha deciso di interrompere i pagamenti, le commesse pubbliche si sarebbero fermate o ridotte drasticamente.
Il ruolo di Bisognano e la discarica
Dalle intercettazioni dei carabinieri emerge inoltre il “costante interesse” dell’ex boss Bisognano per la discarica di Mazzarrà Sant’Andrea, gestita dalla Tirreno Ambiente Spa. Attraverso le imprese di Giardina, secondo gli inquirenti, si sarebbe tentato di inserirsi negli appalti legati agli interventi sull’impianto.
In una conversazione captata dalle forze dell’ordine, Bisognano avrebbe detto a Giardina: «Ci deve rimanere qualcosa per noi», a conferma – secondo la Procura – della spartizione occulta degli utili.
Indagini e sviluppi
Le dichiarazioni di Giardina hanno spinto la Procura di Messina, guidata da Antonio D’Amato, a ordinare perquisizioni nelle abitazioni e negli uffici di Pietrafitta e Di Natale. Computer, telefoni e documenti sono stati sequestrati alla ricerca di riscontri.
I due amministratori, assistiti dagli avvocati Tino Celi e Nino Todaro, risultano al momento indagati per induzione indebita a dare o promettere utilità, aggravata dall’agevolazione mafiosa.
Pressioni anche in politica
L’inchiesta non è passata inosservata all’Assemblea Regionale Siciliana. Il leader di Controcorrente, Ismaele La Vardera, ha presentato un’interrogazione chiedendo al presidente della Regione Renato Schifani e all’assessore Andrea Messina di inviare ispettori al Comune di Mazzarrà Sant’Andrea per verificare la regolarità degli affidamenti pubblici.
Un atto che accende ulteriormente i riflettori su un Comune che, negli anni, è già finito più volte al centro di polemiche e inchieste per la gestione della discarica.
Uno scenario ancora aperto
Otto mesi di intercettazioni telefoniche e ambientali, decine di perquisizioni e nuovi indagati: l’inchiesta è destinata ad allargarsi. Gli inquirenti ipotizzano che la rete di connivenze tra imprenditori, amministratori e mafia locale sia più estesa di quanto emerso finora.
Intanto, Antonino Giardina, oggi ai domiciliari, resta un testimone chiave: le sue ammissioni potrebbero segnare un punto di svolta nella ricostruzione dei legami tra la criminalità organizzata e la politica in uno dei Comuni simbolo delle infiltrazioni mafiose nella gestione degli appalti pubblici.




