Ci sono notizie che fanno rumore per qualche giorno e poi scompaiono. E ce ne sono altre che, al di là delle responsabilità penali ancora tutte da accertare, costringono a guardarsi allo specchio. L’inchiesta della Procura distrettuale antimafia di Catania sul presunto scambio elettorale politico-mafioso che coinvolge alcuni esponenti politici di Priolo Gargallo appartiene certamente a questa seconda categoria.
È doveroso partire da un presupposto imprescindibile: gli indagati sono presunti innocenti. Lo stesso giudice per le indagini preliminari ha rigettato le richieste di misure cautelari nei confronti dei tre politici coinvolti, ritenendo che, allo stato degli atti, non vi siano elementi sufficienti a sostenere la gravità indiziaria necessaria per contestare il reato di scambio elettorale politico-mafioso. La vicenda seguirà il suo corso processuale e soltanto un eventuale giudizio potrà accertare responsabilità. Ma sarebbe un errore fermarsi qui.
Perché questa storia racconta qualcosa che va ben oltre il singolo fascicolo giudiziario. Racconta un meccanismo che, nelle realtà locali del Mezzogiorno e non solo, rappresenta da decenni una sorta di normalità silenziosa. Secondo la ricostruzione della Procura, il consenso elettorale sarebbe stato ricambiato con la promessa di un posto di lavoro. È questa la contestazione. Ed è proprio questa ipotesi che, al di là del processo, riporta al centro una domanda: davvero qualcuno può sostenere di non aver mai visto funzionare così la politica?
Non stiamo parlando necessariamente di mafia. Né di reati. Parliamo di un sistema culturale.
Perché chi vive nei piccoli comuni conosce perfettamente dinamiche che raramente finiscono nelle aule di giustizia. Le conosce chi aspetta l’apertura di un lavoro nel proprio comune. Le conosce chi osserva la nascita di una cooperativa. Le conosce chi segue l’affidamento di un servizio pubblico, la gestione di una mensa, di un impianto sportivo, della raccolta dei rifiuti, del verde pubblico o dell’assistenza domiciliare.
Accade spesso che, tra gli operai assunti, tra gli addetti ai servizi, tra i lavoratori stagionali o a tempo determinato, compaiano persone considerate vicine all’amministrazione in carica, all’assessore, al consigliere comunale. Amici. Parenti. Militanti. Sostenitori. Candidati non eletti. Persone che “hanno dato una mano” durante la campagna elettorale.
Naturalmente questo non significa che ogni assunzione sia illegittima. Sarebbe una conclusione ingiusta e profondamente sbagliata. Esistono migliaia di lavoratori seri, preparati e meritevoli che ottengono un impiego senza alcuna raccomandazione. Il punto è un altro
Il punto è che esiste una percezione collettiva, sedimentata negli anni, secondo cui il consenso elettorale possa trasformarsi in una sorta di credito da riscuotere dopo le elezioni. È una convinzione che attraversa trasversalmente territori, appartenenze politiche e generazioni. La frase “adesso tocca a noi” non nasce nelle intercettazioni delle procure. Vive nelle conversazioni dei bar, nelle piazze, nei circoli politici, nelle chat elettorali. È quasi una regola non scritta.
Chi sostiene un candidato spesso si aspetta qualcosa in cambio. Non necessariamente denaro. Più frequentemente un lavoro. Anche temporaneo. Anche per pochi mesi. Anche in una cooperativa. Anche presso un’impresa che esegue lavori per conto dell’ente pubblico.
Il consenso diventa così un investimento. E il lavoro una forma di restituzione. Quando poi un’inchiesta giudiziaria porta alla luce dinamiche simili, improvvisamente tutti si scandalizzano. Ci si indigna. Si invocano moralità e legalità. Ma sarebbe più onesto ammettere che, in molte realtà, questo modello rappresenta da troppo tempo una consuetudine più che un’eccezione.
La differenza, naturalmente, è enorme quando questo sistema si intreccia con organizzazioni mafiose. In quel caso non siamo più di fronte a clientelismo o consenso costruito attraverso relazioni personali, ma a un’ipotesi ben più grave, che coinvolge la forza intimidatrice delle cosche e la libera formazione del voto. Ed è proprio su questo terreno che si concentra il procedimento di Priolo, rispetto al quale sarà la magistratura a stabilire se gli elementi raccolti siano sufficienti.
Ma sarebbe riduttivo confinare il dibattito alla sola dimensione penale. Il problema è politico, culturale e sociale. Finché il lavoro continuerà a essere percepito come un favore concesso dalla politica anziché come un diritto conquistato attraverso merito e trasparenza, il rapporto tra cittadini e istituzioni resterà inevitabilmente deformato.
Il politico non sarà più visto come l’amministratore della cosa pubblica, ma come colui che “sistema” le persone. E il cittadino non si sentirà titolare di diritti, bensì debitore di favori. È un equilibrio perverso che impoverisce tutti. Chi governa, perché alimenta aspettative che spesso non può o non dovrebbe soddisfare. Chi cerca lavoro, perché finisce per credere che il curriculum conti meno della tessera politica o dell’amicizia giusta. Chi resta fuori, perché vive sulla propria pelle un senso di ingiustizia che mina la fiducia nelle istituzioni.




