C’è un vecchio adagio, tanto semplice quanto pungente: “La verità è come il sole: puoi tentare di coprirla, ma continuerà a farsi vedere.” È esattamente ciò che è accaduto a Capo d’Orlando dopo la pubblicazione dell’articolo di Giuseppe Palomba, giornalista professionista della Gazzetta del Sud, che ha fotografato senza filtri – ma con dovizia di dettagli e professionalità – lo stato di degrado e incuria che, purtroppo, spesso, caratterizza la cittadina. Una fotografia che chiunque, con un minimo di onestà intellettuale, può scattare passeggiando per le vie del centro.
Palomba non ha usato toni sensazionalistici, non ha cercato facili polemiche: ha semplicemente descritto ciò che i suoi occhi hanno visto e ciò che, chiunque viva o frequenti Capo d’Orlando, può constatare senza particolari sforzi. Strade e marciapiedi abbandonati, spazi pubblici trascurati, una programmazione amministrativa assente o quantomeno insufficiente a reggere il peso del turismo e della gestione ordinaria del territorio.
Parole chiare e nette, che però hanno urtato la suscettibilità di qualcuno. Un “orlandino” – evidentemente più interessato a difendere la facciata che a guardare dentro casa – è intervenuto sui social invece di chiedere conto ai responsabili, scegliendo di attaccare chi racconta i fatti. Ha apostrofato il cronista con un “giovanotto” (tentativo maldestro di sminuirlo) e ha persino preteso pubbliche scuse, sostenendo che il paese sarebbe “il più pulito della provincia di Messina” – affermazione, peraltro, smentita dai fatti.
Peccato che, come spesso accade, la realtà sia un po’ diversa dalle cartoline patinate.
La risposta di Palomba è stata un piccolo capolavoro di garbo e fermezza. Presentandosi, ha ricordato i suoi 35 anni di carriera, la sua estraneità a interessi locali, il suo passato di cronista di nera negli anni più duri della Sicilia delle stragi, e soprattutto il suo dovere – etico e professionale – di raccontare ciò che vede. Ha respinto con eleganza l’appellativo riduttivo e le insinuazioni economiche (“marchette”), ribadendo che il suo lavoro non è addomesticare la realtà, ma mostrarla: il dovere del giornalista non è compiacere, ma raccontare.
Il punto centrale non è, però, la polemica personale. È il fenomeno più ampio e preoccupante della “difesa d’ufficio” di ciò che è indifendibile.
In molti contesti locali, soprattutto nelle piccole comunità, esiste la tendenza a reagire in modo istintivo e campanilistico di fronte a critiche – anche fondate – provenienti dall’esterno. Si confonde l’amore per il proprio paese con l’obbligo di negarne i problemi. Si scambia la critica costruttiva per un attacco personale o politico.
Il risultato? Invece di pretendere soluzioni e miglioramenti, ci si scaglia contro chi osa raccontare il vero. Così si finisce per perpetuare proprio ciò che si dovrebbe combattere: degrado, disorganizzazione, incuria.
In questa vicenda, a distinguersi in positivo sono stati i tanti cittadini di Capo d’Orlando che sui social hanno espresso solidarietà a Palomba, confermando la veridicità delle sue parole. Gente che, invece di nascondere la polvere sotto il tappeto, vuole un paese migliore e sa che il primo passo è riconoscere i problemi, non negarli.
Raccontare il vero, soprattutto quando riguarda le mancanze di un’amministrazione o il declino di un territorio, non è un atto ostile. È un atto d’amore autentico, proprio quello di cui parlavano i latini con il motto citato da Palomba: “Amate et quodcumque facitis, facite cum amore”. Chi ama davvero un luogo, non si limita a difenderlo a prescindere: lo critica quando serve, per stimolare un cambiamento.
Capo d’Orlando non ha bisogno di “scuse” da parte di chi fotografa la realtà. Ha bisogno di scuse – e di risposte concrete – da parte di chi la realtà l’ha lasciata marcire. E finché ci saranno cittadini pronti a mettere il silenziatore alla verità per non urtare la propria suscettibilità, il risultato sarà sempre lo stesso: il marciapiede resta rotto, la spazzatura resta lì, e il paese continua a perdere la dignità che un tempo aveva.
E allora, prima di indignarsi per un articolo scomodo, bisognerebbe chiedersi: fa più male la verità… o la realtà che quella verità racconta?
Foto copertina Gazzetta del Sud




