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Quanti sono i “Cuffaro” in Sicilia? La corruzione non scandalizza più. Scandaloso è farsi beccare

Quanti sono i “Cuffaro” in Sicilia? Tanti. Forse troppi per contarli.

C’è chi, come Totò Cuffaro, finisce in prima pagina, e chi invece continua indisturbato a fare ciò che lui faceva — con più prudenza, più discrezione, più apparenza di legalità. È come la cintura di sicurezza: migliaia guidano senza, ma solo chi viene fermato paga la multa.

Totò Cuffaro, ex governatore della Sicilia, è di nuovo indagato: corruzione, associazione a delinquere, turbativa d’asta. Si parla di un sistema capace di influenzare nomine, appalti, dirigenti sanitari. Una rete di potere, favori e fedeltà. Nulla di straordinario da queste parti. La descrizione di un ordinario martedì nella politica siciliana.

Le accuse raccontano di appalti pilotati, scambi di favori, nomine su misura. E allora? Chi può davvero dire di non sapere che funziona così? Non solo in Sicilia: ovunque ci sia un potere da esercitare, c’è qualcuno pronto a usarlo per sistemare un amico, un cugino, un sostenitore. È la politica clientelare travestita da “merito”, la corruzione che si fa chiamare “fiducia”.

La verità è che questo è il sistema. Un meccanismo collaudato, fatto di scambi di favori, appalti truccati e nomine studiate al millimetro, che non ha mai conosciuto una vera battuta d’arresto. Non è solo Cuffaro: sono centinaia, forse migliaia, i politici, gli amministratori e i funzionari che continuano a gestire la cosa pubblica secondo questo copione. Chi ha potere “sistema”, chi ne ha meno si adatta o si rassegna.

Ma sapete quanti “Cuffari” ci sono in Sicilia? Centomila, forse di più. Alcuni portano la giacca e la cravatta, altri la fascia tricolore, altri ancora si nascondono dietro un parente o un prestanome. Fanno le stesse cose, con gli stessi metodi, con la stessa disinvoltura. Solo che la magistratura, il destino o la sfortuna — chiamatela come volete — bussano alla porta di qualcuno più spesso che di altri. E questa volta è toccato ancora a “Totò”.

La magistratura fa il suo dovere quando la determinazione o la casualità portano alla luce certe storie. Ma finché in politica continueremo a premiare chi “sa sistemare”, a tollerare chi si muove nell’ombra tra appoggi e clientele, la Sicilia resterà prigioniera del suo stesso ingranaggio.

Oggi i giornali titolano indignati, i talk show si riempiono di moralisti dell’ultima ora, i colleghi di partito si dichiarano “sorpresi” e “fiduciosi nella magistratura”. È lo spettacolo consueto della politica italiana: indignazione a orologeria, memoria corta e la certezza che domani ci sarà un nuovo “Cuffaro” su cui puntare il dito.

Nel frattempo, il sistema continua a funzionare. Preciso. Oleato. Perfettamente efficiente.
Perché in Italia, lo scandalo non è la corruzione. Lo scandalo è farsi beccare.

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