spot_img
spot_img

Referendum: magistrati in prima linea e la giustizia aspetta in seconda fila

C’è un punto in cui il dibattito democratico smette di essere fisiologico e comincia a diventare problematico. Non è quando i partiti si scontrano – quello è il loro mestiere. È quando chi è chiamato a far funzionare quotidianamente un servizio essenziale dello Stato sembra, anche solo temporaneamente, allontanarsene.

Il referendum sulla giustizia – o, più precisamente, sull’assetto costituzionale e ordinamentale della magistratura – è una questione seria. È legittimo che la politica si divida, organizzi incontri, mobiliti consenso. È altrettanto legittimo che nel dibattito pubblico intervengano voci competenti, comprese quelle provenienti dalla magistratura. La Costituzione garantisce anche a loro libertà di espressione. E questo non è in discussione.

Il problema non è la partecipazione. È la misura.

Perché una cosa è offrire un contributo al dibattito, altra è la percezione – sempre più diffusa tra i cittadini – di una presenza continua, militante, quasi totalizzante. Quando i magistrati diventano presenze fisse in convegni, dibattiti, tour informativi, talk show televisivi, abbandonando per mesi il proprio lavoro, nasce una domanda inevitabile, semplice: nel frattempo, chi manda avanti le procure?

Chi smaltisce i fascicoli che si accumulano sulle scrivanie? Chi segue i procedimenti che già oggi viaggiano con tempi incompatibili con la vita reale di cittadini e imprese? Chi firma gli atti che attendono da mesi?

Non si tratta di insinuare negligenze individuali – sarebbe scorretto e ingeneroso. Si tratta di fotografare un sistema già in affanno. Un sistema fatto di udienze rinviate, processi che durano anni, arretrati che crescono. Una macchina lenta, spesso troppo lenta, che fatica a stare al passo con le esigenze del Paese.

In questo contesto, anche l’assenza temporanea di risorse qualificate pesa più che altrove. Perché ogni energia sottratta al funzionamento ordinario si amplifica. E diventa percezione. E la percezione, nella giustizia, conta quasi quanto i numeri.

E qui emerge il nodo vero: non tanto il diritto dei magistrati a partecipare al dibattito pubblico, quanto l’equilibrio tra questo diritto e la funzione che esercitano. Perché la giustizia non è un servizio qualsiasi. Non può permettersi pause percepite come “politiche”. Non può permettersi di apparire distratta mentre i procedimenti si accumulano e le aule si svuotano.

La credibilità della giurisdizione si fonda su un elemento fragile ma decisivo: la fiducia. E la fiducia si incrina facilmente quando chi attende l’esito di una querela, di una denuncia o di un’indagine che non arriva mai a una decisione del GIP vede chi dovrebbe occuparsene impegnato altrove, anche per ragioni legittime.

Non è una questione di colpe. È una questione di priorità.

In un sistema già lento, ogni deviazione dal suo percorso naturale pesa di più. E allora forse la domanda più utile non è “chi ha ragione tra il Sì e il No”, ma un’altra: quanto può permettersi la giustizia italiana di sottrarre energie al proprio compito principale?

Perché il rischio, altrimenti, è che il dibattito sulla riforma della giustizia si svolga mentre la giustizia, quella concreta, quotidiana, continua a rallentare. E su questo, difficilmente, ci sarà mai un referendum capace di rimediare.

Autore

spot_img

Ultime News

Related articles