Si è svolto a Villa Igiea a Palermo il primo confronto pubblico tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, sulla riforma costituzionale oggetto del referendum confermativo fissato per il 22 e 23 marzo 2026. Noi eravamo presenti. Nel dibattito si sono intrecciate interpretazioni giuridiche, letture politiche e visioni contrastanti sull’evoluzione del sistema giudiziario italiano.
Il referendum non è vincolante per la tenuta dell’esecutivo, ha premesso Nordio, ma rappresenta comunque un momento istituzionale importante. Il decreto di revisione costituzionale, voluto dal governo guidato da Giorgia Meloni e approvato dal Parlamento nel 2025, modifica parti rilevanti della Costituzione riguardo all’ordinamento giudiziario, con particolare riferimento alla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (i giudici) e magistrati requirenti (i pubblici ministeri).
I punti chiave della riforma
Secondo il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale, la riforma introduce due percorsi professionali distinti per giudici e pubblici ministeri, abolendo la possibilità di mobilità interna tra le due funzioni e consentendo un ingresso e una carriera separati. Inoltre prevede la divisione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) in due organismi autonomi, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare costituzionale per questioni disciplinari e l’introduzione del sorteggio per la selezione di parte dei membri degli organi di autogoverno, al posto del tradizionale sistema elettivo.
Si tratta di una modifica significativa dell’assetto autonomo dell’ordinamento giudiziario, che – pur lasciando ferma l’indipendenza esterna della magistratura – incide sui meccanismi di autogoverno interno.
La posizione del ministro Nordio
Nel corso del confronto, Nordio ha ribadito che la riforma “enfatizza l’autonomia del pubblico ministero”. Ha precisato che il testo non tocca la norma per cui il pm dispone della polizia giudiziaria e ha respinto l’accusa di voler subordinare l’azione giudiziaria alle scelte politiche, definendo tali critiche un “processo alle intenzioni”. Il guardasigilli ha sottolineato l’esigenza di reagire al calo di fiducia dei cittadini nella magistratura, citando come esempio casi di scandali che avrebbero indebolito l’immagine dell’istituzione.
Sulla polemica relativa alla gestione della polizia giudiziaria, Nordio ha detto che una maggiore specializzazione e preparazione dei pm, resa possibile dalla separazione delle carriere, porterebbe benefici anche nella direzione e coordinamento delle indagini.
Le critiche di Conte e del fronte del No
Giuseppe Conte ha risposto duramente, sostenendo che la riforma potrebbe indebolire l’indipendenza dei magistrati e favorire condizionamenti politici, soprattutto nella fase di nomine e trasferimenti. Secondo Conte, la riforma introdurrebbe modifiche “senza reale confronto parlamentare” lasciando ampi margini per interpretazioni soggettive delle nuove norme.
Conte ha anche criticato specificamente la procedura penale sotto il nuovo assetto, sostenendo che, eliminando di fatto l’udienza preliminare, si ridurrebbero le garanzie per i cittadini. Ha inoltre sollevato dubbi sul ruolo della polizia giudiziaria, precisando che l’attuale riforma non è chiara su chi esattamente “dirigerà” le indagini nella pratica quotidiana.
Le ragioni di chi sostiene il Sì e chi invita al No
Nel dibattito pubblico più ampio, le ragioni a favore del Sì puntano su concetti di maggiore specializzazione, trasparenza e modernizzazione del sistema giudiziario. Sostenitori della riforma osservano che, anche in altri ordinamenti europei, una distinzione più netta tra giudici e pm è considerata uno strumento per evitare conflitti di interesse e rafforzare la fiducia nell’imparzialità delle decisioni.
Al contrario, chi invita al No esprime preoccupazioni circa possibili indebolimenti dell’autonomia interna della magistratura, l’introduzione del sorteggio come metodo di elezione di membri dei nuovi organi e i potenziali rischi di una maggiore politicizzazione di scelte chiave di carriera e disciplina. Critici ritengono che la separazione delle carriere non risolva i problemi veri della giustizia italiana e possa portare a effetti non voluti sul piano delle garanzie processuali.
Aspetti istituzionali e politico-istituzionali
Il referendum è di tipo confermativo: serve a decidere se confermare in via definitiva la legge costituzionale approvata dal Parlamento, poiché non era stata raggiunta la maggioranza qualificata dei due terzi in entrambi i rami del Parlamento.
Non è prevista alcuna soglia di quorum per la validità del voto: l’esito dipenderà dalla maggioranza dei voti validi espressi.
Il confronto
Il confronto di Palermo ha evidenziato l’intensità e la complessità del dibattito in vista del voto. Al di là delle posizioni politiche, la consultazione del 22-23 marzo rappresenta per gli elettori una scelta sulle prospettive di organizzazione e funzionamento della magistratura italiana. La discussione pubblica si concentra non solo sui singoli articoli della riforma, ma anche sulle implicazioni più ampie riguardo all’equilibrio tra poteri, all’indipendenza giudiziaria e alla percezione dell’efficacia dell’azione giudiziaria nel Paese.




