L’analisi firmata dal Prof. Roberto Mavilia, Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese e Pro-Rettore dell’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria, già Direttore del MEDAlics – Centro di Ricerca per le Relazioni Mediterranee, è un contributo di straordinario valore realizzato in esclusiva per i lettori di Quadro Chiaro.
Con rigore scientifico e visione strategica, Mavilia esamina la trasformazione in atto in Germania: una nazione che, dopo aver visto entrare in crisi uno dei suoi settori industriali simbolo — l’automotive — sta riorientando la propria traiettoria industriale verso il comparto della difesa e delle tecnologie a duplice uso (civile e militare). Un contributo fondamentale per comprendere come questa riconfigurazione industriale influenzi l’Europa e in particolare l’Italia, nel contesto delle nuove priorità strategiche e di bilancio.
Germania: dall’auto alle armi per salvare lavoro e industria
La Germania sta attraversando una svolta storica. La crisi dell’automotive – compressa tra frenata della domanda, concorrenza cinese, rincaro dei capitali e transizione elettrica più lenta del previsto – ha accelerato una riconfigurazione dell’apparato produttivo verso la difesa. Non è solo una risposta congiunturale: è il segnale di un cambiamento di paradigma, in cui sicurezza, infrastrutture e tecnologia tornano al centro delle priorità di bilancio. In controluce c’è anche la nuova incertezza geopolitica, con Washington più assertiva sul fronte commerciale e un’Europa chiamata a prendersi più responsabilità per la propria sicurezza.
Crisi dell’auto e riconversione industriale
Da settore guida dell’export tedesco, l’auto termica è diventata l’anello debole della manifattura. La perdita di quote nei segmenti medio‑bassi, la pressione dei marchi cinesi sull’elettrico e il rialzo dei tassi hanno rivelato fragilità accumulate negli anni del “dividendo della pace”. Stabilimenti e competenze si stanno spostando lungo filiere dual‑use: sensoristica, elettronica di potenza, software, materiali avanzati, piattaforme terrestri e droni. Le grandi della difesa – da Rheinmetall a Hensoldt e KNDS – assorbono personale e riconvertono impianti usciti dall’automotive, mentre cresce una rete di subfornitori che riposiziona lavorazioni meccaniche e componenti di precisione su munizionamento, radar, veicoli e sistemi integrati. È una transizione che riduce il vuoto occupazionale nei distretti più colpiti dalla frenata dell’auto, ma apre anche interrogativi sulla dipendenza da una domanda pubblica condizionata dalla politica estera.
Lo Stato interviene: più difesa e un maxi‑fondo infrastrutture
Sul piano di finanza pubblica la rottura arriva dopo una sequenza di scosse. La Corte costituzionale, nel novembre 2023, ha annullato il dirottamento di 60 miliardi dal fondo Covid al Fondo per il clima, rendendo più rigido il perimetro dello Schuldenbremse, il freno al debito in Costituzione. Quella sentenza ha contribuito alla crisi della coalizione “semaforo” e alla fine del governo a novembre 2024. Le elezioni di febbraio 2025 hanno consegnato il primo posto alla Cdu, un risultato storico per AfD come seconda forza e l’uscita dal Bundestag dei liberali, rendendo più complesso ogni futuro emendamento costituzionale. In questo quadro, prima dell’insediamento della nuova legislatura, popolari e socialdemocratici hanno spinto un pacchetto che esenta dal freno al debito la spesa per la difesa oltre l’1 per cento del Pil e crea un fondo speciale da 500 miliardi per infrastrutture, con quote dedicate ai Länder e al Fondo per il clima e la trasformazione e il vincolo di spese aggiuntive rispetto al bilancio ordinario. L’insieme – compreso un allentamento mirato degli spazi di indebitamento regionali e una commissione di esperti sulle regole fiscali – mira a mobilitare fino a 1,7 trilioni in dieci anni. L’obiettivo politico è duplice: consolidare il superamento della soglia Nato del 2 per cento del Pil, avvicinandosi al 3 per cento, e rimettere mano a reti, energia, digitalizzazione e logistica, le grandi arretratezze dell’economia tedesca. La partita istituzionale resta impegnativa: serviranno maggioranze qualificate e il via libera del Bundesrat, dove non mancano resistenze.
Il governo Merz‑Spd tra crescita e disciplina
La “agenda 2030” indicata da Friedrich Merz combina taglio della pressione fiscale sulle imprese, riduzione del costo dell’energia (anche ricalibrando politiche climatiche), semplificazione amministrativa e incentivi a innovazione e startup. È un programma che prova a liberare capacità produttiva interna e a ricomporre gli squilibri territoriali Est‑Ovest, scommettendo su una crescita superiore al 2 per cento annuo. La flessibilità fiscale che Berlino si ritaglia in casa non implica però un allentamento generalizzato in Europa: nella visione della nuova maggioranza la disciplina di bilancio comune resta strumento essenziale di coordinamento nell’eurozona. È qui che si misurerà la coerenza tra ambizione industriale e regole Ue riformate, per evitare che l’uso di fondi speciali nazionali eroda la credibilità del quadro europeo.
Dazi statunitensi e nuova geografia del rischio
La variabile commerciale complica il quadro. Gli scenari di irrigidimento tariffario negli Stati Uniti colpiscono in modo diseguale i Länder tedeschi: dove l’auto pesa di più – Saarland, Bassa Sassonia, Baden‑Württemberg – l’impatto potenziale è maggiore; aree come Amburgo, specializzate in cantieristica e “altri veicoli”, potrebbero persino attenuare gli effetti negativi con una diversa composizione della domanda. È un promemoria: conta la struttura produttiva, non solo il saldo commerciale. In parallelo, analisi europee indicano Irlanda, Italia e Germania tra i Paesi più esposti a un’escalation di dazi, con regioni italiane ad alta densità manifatturiera – Lombardia, Piemonte, Emilia‑Romagna – e distretti del Veneto e della Toscana vulnerabili attraverso meccanica, automotive, moda‑arredo e agroalimentare. In assenza di un’azione coordinata Ue, il rischio è una frammentazione delle risposte nazionali e un aumento del costo del capitale per tutti.
Effetto domino sull’Italia: forniture, bilancio e scelte industriali
Il cambio di rotta tedesco attraversa le catene del valore. Una parte rilevante della subfornitura italiana, soprattutto nel Nord, lavora per la meccanica e l’elettrotech tedesche: la riallocazione di domanda verso la difesa spingerà molti fornitori a una riconversione rapida su sensoristica, materiali, elettronica e software per sistemi dual‑use. L’Italia dovrà scegliere se e come accompagnare questa traiettoria con politiche mirate: sostegno a filiere ad alto contenuto tecnologico, progetti europei comuni su semiconduttori di potenza, robotica, spazio‑difesa, cyber, evitando dispersioni in mille iniziative nazionali scollegate. Sul bilancio pubblico, la spinta alla difesa tenderà a occupare spazi che oggi servono a welfare, sanità e scuola: senza strumenti europei condivisi la contabilità diventa un gioco a somma zero, con il rischio di più tasse o tagli altrove. A ciò si somma l’onda lunga dei dazi, che impone diversificazione dei mercati, presidio dei segmenti premium meno sostituibili e una politica industriale che protegga gli anelli critici delle supply chain.
Opportunità, rischi e ciò che resta da decidere
La riconversione tedesca può riaccendere crescita e produttività in Germania e, per riflesso, in Europa. Può anche spingere a un salto di qualità nella cooperazione industriale, se l’Ue metterà in comune una parte delle spese per sicurezza e infrastrutture strategiche. Ma ogni passo ha un costo: più debito oggi significa interessi più pesanti domani e minore margine d’errore, soprattutto per i Paesi più indebitati. La sfida è far convivere ambizione e disciplina, accelerazione e sostenibilità. Per l’Italia la parola chiave è riconversione: agganciare la nuova domanda europea senza sacrificare i presìdi nei settori tradizionali. Il resto lo faranno tempi e scelte concrete di attuazione, in Germania e a Bruxelles. Se industria, regole e geopolitica troveranno un punto di equilibrio, questa svolta potrà diventare un’occasione; altrimenti, lascerà strappi difficili da ricucire.
Roberto Mavilia




