Il rimpasto annunciato non è un atto di governo, ma un segnale. Un segnale lanciato per prendere tempo, abbassare i toni e soprattutto evitare che le crepe emerse con l’approvazione della Finanziaria si trasformino in una frattura irreversibile. In Sicilia, la politica spesso funziona così: prima si parla di “riflessione”, poi si apre il mercato delle deleghe. E quasi mai per rafforzare l’azione amministrativa.
I numeri della manovra raccontano una storia che le dichiarazioni ufficiali cercano di mascherare: una maggioranza fragile, tenuta insieme più dall’istinto di conservazione che da una visione condivisa. Ventinove voti favorevoli, assenze strategiche, franchi tiratori. Il centrodestra che sostiene Renato Schifani non è sull’orlo del baratro, ma nemmeno nella condizione di ignorare i segnali di allarme.
Il rimpasto, evocato come “fisiologico” dal presidente dell’Ars Gaetano Galvagno, serve innanzitutto a questo: dimostrare che qualcuno è ancora in grado di tenere il volante. L’obiettivo minimo è arrivare al 2027 senza implodere. Quello reale è superare indenni i prossimi mesi, quando i nodi politici verranno al pettine uno dopo l’altro.
Il cuore della partita è Forza Italia. Non tanto – o non solo – per la sorte degli assessori tecnici Dagnino e Faraoni, quanto per ciò che la loro eventuale uscita rappresenta. Qui il rimpasto diventa un regolamento di conti interno, un passaggio obbligato verso il congresso regionale. Lasciare l’Economia e la Salute in mano a tecnici significa rinunciare al controllo politico delle leve più sensibili, proprio mentre il partito è attraversato da tensioni, ambizioni e contese di leadership. Non è più sostenibile.
La visita annunciata di Antonio Tajani a Palermo a metà gennaio non è casuale. Serve a ricucire, certo, ma anche a misurare i rapporti di forza. In gioco non c’è solo la segreteria regionale, ma il peso della Sicilia nello scacchiere nazionale di Forza Italia, in una fase in cui gli equilibri interni al partito sono tutt’altro che cristallizzati.
Accanto a FI, gli alleati osservano e aspettano. Il Mpa di Raffaele Lombardo continua a oscillare tra fedeltà formale e pressione politica. L’idea di un “reset” non è più sul tavolo in modo esplicito, ma resta come minaccia latente: un modo per ricordare che l’alleanza non è gratuita. La Dc, dal canto suo, è il convitato di pietra. Uscita dalla giunta per ragioni giudiziarie, non ha rinunciato al peso politico e guarda altrove se le porte restano chiuse. Il problema, per Schifani, è che qualunque scelta su questo fronte ha un costo reputazionale.
La Lega fa sapere di non voler partecipare alla spartizione. Una posizione che suona come presa di distanza: nessuna disponibilità a pagare per crisi che non ha aperto. Fratelli d’Italia, invece, rischia di essere coinvolta suo malgrado, nel caso in cui gli sviluppi giudiziari impongano un cambio forzato. E anche lì, nulla avverrebbe senza effetti a catena.
Alla fine, il rimpasto si rivela per quello che è: non uno strumento per migliorare l’azione di governo, ma una manovra di sopravvivenza politica. Un equilibrio instabile, dove ogni delega assegnata è una concessione e ogni esclusione un potenziale detonatore. Schifani lo sa. E sa anche che la “riflessione” natalizia non servirà a risolvere i problemi, ma solo a rimandarli. La vera domanda non è se il rimpasto si farà, ma chi sarà disposto a pagarlo senza presentare il conto più avanti.




