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Rogoredo non è un caso isolato. Indagare è giusto

A Rogoredo, il 26 gennaio, un ragazzo di 28 anni, Abderrahim Mansouri, è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa da un agente di polizia. All’inizio la versione sembrava chiara: legittima difesa. L’agente avrebbe sparato perché minacciato con un’arma. Fine della storia.

Ma pochi giorni dopo sono emersi dubbi pesanti. La pistola trovata accanto al corpo sarebbe stata un giocattolo. Ci sarebbero contraddizioni sulla distanza e sulla dinamica dello sparo. I soccorsi sarebbero stati chiamati in ritardo. L’agente è ora indagato per omicidio volontario e altri quattro poliziotti per favoreggiamento e omissione di soccorso. Quello che sembrava un caso “chiuso” si è riaperto completamente.

Il problema non è solo quello che è successo

In una democrazia, quando una persona muore per mano dello Stato, è normale che la magistratura indaghi. Non è un attacco alla polizia. È una garanzia per tutti. Eppure, ancora prima che le indagini iniziassero davvero, una parte della politica si era già schierata: “Io sto col poliziotto, senza se e senza ma”. Era partita perfino una raccolta firme. Si parlava di scandalo solo perché l’agente era stato iscritto nel registro degli indagati. Il messaggio era chiaro: chi indossa una divisa va difeso subito, prima ancora di sapere cosa è successo. Ma difendere qualcuno “a prescindere” non significa cercare la verità. Significa fare il tifo.

Indagare non è un’offesa

Oggi sappiamo che senza un’indagine non sarebbero emerse le contraddizioni. Se nessuno avesse controllato, probabilmente la prima versione sarebbe rimasta l’unica. E questo è il punto centrale: il controllo non è un fastidio. È ciò che distingue uno Stato di diritto da uno Stato dove la forza non risponde a nessuno. Chi porta una divisa ha un compito difficile e rischioso. Ma proprio per questo deve essere sottoposto a regole chiare e a controlli seri. Non per punirlo, ma per garantire fiducia.

Un clima che preoccupa

Il caso di Rogoredo arriva nel momento in cui si parla tanto di sicurezza, di “guerra al degrado”, di pene più dure, di nuovi reati contro chi protesta, creando così una sensazione doppia: più protezione per chi usa la forza e meno spazio per chi contesta.

Questa vicenda viene incastonata dentro una traiettoria: l’idea di uno “scudo penale” e, più in generale, l’orientamento a ridurre il controllo giudiziario immediato quando la forza viene esercitata da chi porta un’arma e una divisa.

Il punto non è negare che esistano situazioni di pericolo reale, né ignorare che le forze dell’ordine operino spesso in contesti difficili. Il punto è un altro: se la politica decide che l’uso della forza deve essere blindato “a monte”, allora sta dicendo che la verifica è un ostacolo e non una garanzia. Sta spostando il baricentro dall’accertamento dei fatti alla tutela dell’apparato, fino a rendere il controllo democratico una formalità eventuale. E quando la verifica diventa eventuale, l’abuso diventa probabile.

Rogoredo è lo specchio rovesciato di questa impostazione: se oggi emergono contraddizioni è perché un’indagine è partita, perché qualcuno ha fatto domande, perché qualcuno non ha accettato il copione già scritto. In altre parole: perché lo Stato di diritto ha funzionato — almeno quel tanto da produrre fratture nel racconto ufficiale.

“Poche mele marce”?

Quando emergono casi gravi, si dice spesso che si tratta di “poche mele marce”. Può essere. Ma bisogna chiedersi: perché marciscono? In che clima? Con quali coperture o silenzi?

Se davvero altri colleghi sono indagati per aver coperto o ritardato i soccorsi, allora il problema non è solo individuale. È culturale. È il rischio che si sviluppi un’idea per cui proteggere il collega conta più che proteggere la legge. E questo è pericoloso per tutti, anche per la maggioranza degli agenti onesti che ogni giorno fanno il loro lavoro con correttezza.

Sicurezza o obbedienza?

La sicurezza è importante. Nessuno lo mette in dubbio. Ma sicurezza non significa assenza di controlli. Non significa dare carta bianca. Non significa trasformare ogni critica in un attacco allo Stato. Se la forza diventa intoccabile e il dissenso diventa sospetto, la democrazia si indebolisce lentamente. Non crolla in un giorno. Si svuota un pezzo alla volta.

Il caso di Rogoredo è una prova. Una prova che l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario è giusta per le forze dell’ordine come per qualsiasi altro cittadino. E’ la prova che indagare è giusto, che aspettare i fatti è doveroso, che difendere la verità è più importante che difendere una versione comoda. In un sistema in cui il potere non accetta di essere verificato la sicurezza non aumenta e la libertà diminuisce.

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