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Sangue nella nebbia dei Nebrodi: la strage di Montagnareale e l’ipotesi messa in piedi dagli inquirenti

La nebbia, sui Nebrodi, nel bosco di Montagnareale non è solo un fenomeno atmosferico. È una presenza. Si infila tra i faggi e i cerri, opacizza i contorni, inghiotte le distanze. La mattina del 28 gennaio era così: pioggia sottile, terreno viscido, visibilità ridotta a poche decine di metri.

Antonio Gatani, 82 anni, camminava con prudenza lungo il sentiero stretto che portava alla radura scelta per la battuta al cinghiale. Dietro di lui, qualche passo più indietro, l’amico A.S., cinquantenne, compagno abituale di caccia. Più avanti, su un altro versante della stessa lingua di bosco, i fratelli Giuseppe e Devis Pino.

È verosimile immaginare che nessuno avesse davvero percezione dell’altro. Nella caccia al suino selvatico si avanza per direttrici parallele, si ascolta più di quanto si guardi. Un fruscio, uno scatto improvviso tra i cespugli, possono sembrare l’animale che rompe la macchia.

Il primo sparo squarcia il silenzio.

Gatani sente un movimento rapido alla sua sinistra, intravede un’ombra bassa tra la vegetazione. Imbraccia e fa fuoco. La rosata si apre nel cono lattiginoso della nebbia. Ma non è un cinghiale quello che crolla a terra. È Giuseppe Pino. Cinque pallettoni lo raggiungono in pieno. Cade supino, senza avere il tempo di reagire.

Alcuni pallini, deviati o dispersi, colpiscono anche Devis, che si trova poco distante. Una ferita al fianco. Dolore improvviso, bruciante. Il giovane si gira di scatto. Vede il fratello a terra. Non capisce. Poi distingue una figura più in alto, sul pendio, e spara.

La seconda esplosione è secca, più precisa. Non una rosata, ma un colpo diretto. La carabina centra Gatani al petto. L’anziano cacciatore indietreggia di mezzo passo e cade. Il bosco, per un attimo, torna immobile.

A questo punto entra in scena l’unico uomo che, alla fine, rimarrà vivo

A.S. ha assistito alla sequenza dal basso, forse nascosto dietro un tronco, forse immobilizzato dallo shock. Ha visto l’amico crollare. Ha visto il ragazzo, già ferito, con l’arma ancora puntata. È qui che la ricostruzione della Procura colloca il terzo atto.

Preso dal panico — così almeno racconterà in un primo momento — A.S. imbraccia il fucile. Devis è ferito, probabilmente disorientato. Potrebbe aver abbassato l’arma, potrebbe essersi voltato verso il fratello. Un altro colpo risuona nella radura. Questa volta definitivo.

Quando l’eco si spegne, sul terreno bagnato restano tre corpi allineati lungo il pendio, a una trentina di metri l’uno dall’altro: a monte Giuseppe, colpito per primo; più sotto Devis; infine Gatani. Una geometria tragica che gli investigatori leggeranno come una sequenza.

Poi c’è la fuga. A.S. si allontana nel bosco ancora avvolto dalla nebbia, con il rumore del sangue nelle orecchie. Nelle ore successive, quando i carabinieri arrivano e le famiglie cercano risposte, il suo nome emerge dal racconto del figlio di Gatani: era uscito con lui quella mattina.

Sentito come testimone, senza avvocato, A.S. racconta di esserci stato. «Ero lì. Ho partecipato alla sparatoria». Parole che, formalmente, non potranno essere usate contro di lui. Quando capisce che la sua posizione sta cambiando, si ferma. Nomina un difensore. Poi sceglie il silenzio.

Il resto è affidato alla scienza.

Le perizie balistiche stabiliscono che Giuseppe non ha sparato: non ne ha avuto il tempo. Le traiettorie confermano l’ordine dei colpi. La posizione dei corpi combacia con l’ipotesi di una reazione a catena. Lo stub e l’arma di A.S. diranno poco: è un cacciatore abituale, residui e spari non sono elementi decisivi.

E poi c’è la piccola telecamera fissata al fucile di Devis. Immagini tremolanti, forse sfocate, ma con un audio nitido: i secondi tra il primo e il secondo colpo, le voci, forse un grido. Se quel frammento di memoria digitale sarà leggibile, potrà restituire al bosco ciò che la nebbia ha nascosto.

Fino ad allora, la strage di Montagnareale resta sospesa tra fatalità e responsabilità. Un incidente iniziale, plausibile in condizioni estreme di visibilità. Una reazione armata altrettanto plausibile, dettata dall’istinto e dal terrore. E un ultimo colpo, forse il più difficile da spiegare: quello esploso quando ormai tutto era già perduto.

Solo l’unico superstite conosce la sequenza esatta dei pensieri che hanno preceduto quel gesto. Ma nel silenzio scelto davanti ai magistrati, il bosco dei Nebrodi continua a custodire la sua verità.

Immagine copertina generata con AI

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