A dieci anni dall’entrata in vigore del DM 70/2015, il quadro che emerge dal Rapporto Agenas 2025 – Programma Nazionale Esiti (PNE) è chiaro e, per molti versi, impietoso: la sanità italiana migliora nel complesso, ma il divario tra Nord e Sud resta profondo e non accenna a ridursi in modo significativo.
Il PNE, attivo dal 2012, valuta la qualità delle cure offerte dal Servizio sanitario nazionale attraverso oltre 200 indicatori che misurano esiti clinici, appropriatezza, tempestività degli interventi e organizzazione dei servizi. È uno strumento pensato non solo per “fare classifiche”, ma per capire dove il sistema funziona e dove invece fallisce nel garantire il diritto alla salute.
Il nodo del Mezzogiorno: meno volumi, meno servizi, più diseguaglianze
Secondo Agenas, il Meridione continua a essere penalizzato soprattutto su tre fronti cruciali: i volumi della chirurgia oncologica complessa (in particolare pancreas e retto); la tempestività di accesso a procedure salvavita, come nel caso di infarti e ictus; l’appropriatezza clinica nell’area materno-infantile. Problemi strutturali e organizzativi che si traducono in migrazione sanitaria, liste d’attesa più lunghe e, nei casi peggiori, in cure meno efficaci.
Sicilia: nessuna struttura pubblica di livello medio-alto
La situazione siciliana è emblematica. Su 218 parametri analizzati, nessun ospedale pubblico dell’isola raggiunge il livello “medio-alto” o “alto”. L’unica struttura del Sud a figurare stabilmente tra le migliori è il Policlinico Federico II di Napoli. In Sicilia emergono solo singole eccellenze settoriali: l’A.O. Cannizzaro di Catania nell’area cardiocircolatoria e la Casa di Cura La Maddalena di Palermo in chirurgia oncologica. Per il resto, il quadro è frammentato. Agenas ha avviato audit su 103 strutture siciliane, segnalando 43 ospedali per gravi segni di scarsa aderenza agli standard di qualità o anomalie nella codifica dei dati clinici. Un numero che racconta le difficoltà quotidiane di un sistema sotto pressione.
Segnali di miglioramento, ma non basta
Non mancano tuttavia timidi segnali positivi. Alcune strutture hanno mostrato progressi rispetto agli anni precedenti e, nella classifica nazionale dei migliori ospedali italiani, la Sicilia compare appena fuori dalla top ten con una clinica palermitana, prima struttura del Sud in graduatoria. Anche su indicatori molto specifici, come l’intervento tempestivo per la frattura del femore negli over 65, tre ospedali siciliani figurano tra i più efficienti a livello nazionale. Segno che, quando l’organizzazione funziona, i risultati arrivano.
Patti, un esempio che vale per tutto il Sud
Il caso più emblematico di buona sanità che funziona anche al Sud arriva però dalla provincia di Messina. L’Unità Operativa di Emodinamica dell’ospedale “Barone Romeo” di Patti è stata riconosciuta dal PNE 2025 come la migliore struttura in Italia per il trattamento tempestivo dell’infarto miocardico STEMI, tra quelle con oltre 100 casi annui.
Un risultato straordinario, che colloca Patti davanti a grandi ospedali del Nord e del Centro Italia. Qui, l’angioplastica coronarica con impianto di stent viene eseguita entro i 90 minuti raccomandati in una percentuale di casi che rappresenta lo standard di eccellenza nazionale. È la dimostrazione concreta che il problema non è geografico, ma organizzativo: dove ci sono competenze, investimenti mirati e una gestione efficiente, la sanità pubblica può funzionare anche nel Mezzogiorno.
Una lezione da non ignorare
Il Rapporto Agenas 2025 racconta dunque due Italie: una più avanzata e una che fatica a stare al passo. Ma racconta anche che il divario non è un destino inevitabile. L’esperienza dell’ospedale “Barone Romeo” di Patti dimostra che l’eccellenza può nascere e consolidarsi anche in contesti difficili. La vera sfida, oggi, è trasformare queste eccezioni in un modello diffuso. Perché il diritto alla salute non dovrebbe dipendere dal codice di avviamento postale, ma essere garantito allo stesso modo da Nord a Sud.




