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Sanità in Sicilia: l’importanza di una rete ospedaliera equilibrata e accessibile a tutti

La nuova bozza dell’assessora alla Salute della Regione Siciliana, Daniela Faraoni, ha sollevato un’ondata di polemiche che non può essere liquidata come semplice resistenza al cambiamento. Il previsto ridimensionamento degli ospedali pubblici, che comporta una riduzione complessiva di 367 posti letto, colpisce in modo particolare le aree interne e periferiche della Sicilia, territori già provati da difficoltà logistiche, carenze infrastrutturali e un progressivo invecchiamento della popolazione. Il rischio? Una sanità sempre meno accessibile per chi ne ha più bisogno, in una terra dove la distanza geografica può trasformarsi rapidamente in una barriera all’assistenza, persino letale.

Non è il ridimensionamento in sé a generare allarme, quanto la direzione che esso sembra prendere: meno pubblico, più privato, e soprattutto una sanità centrata nei grandi poli urbani, lasciando indietro chi vive lontano da Messina, Palermo, Catania… L’episodio tragico della donna costretta a partorire in auto nel tentativo disperato di raggiungere un ospedale, è la testimonianza brutale e simbolica delle conseguenze di un modello che accorpa servizi e reparti specializzati solo nei grandi centri, senza tenere conto della geografia sociale e sanitaria della regione.

Coesistenza sì, ma con regole chiare e un obiettivo comune

È innegabile che il settore privato abbia saputo in alcuni casi offrire standard organizzativi e qualitativi più elevati rispetto al pubblico. L’efficienza, la rapidità e l’orientamento al paziente possono rappresentare un valore aggiunto importante, soprattutto in un contesto dove la sanità pubblica arranca tra carenze di personale, strutture obsolete e lunghe liste d’attesa. Ma questo non può – e non deve – tradursi in una privatizzazione strisciante dell’assistenza sanitaria.

Il modello italiano, sancito con la Legge 833 del 1978, si fonda su tre pilastri fondamentali: universalità, uguaglianza ed equità. Principi non negoziabili, che prevedono un accesso garantito alle cure per tutti, indipendentemente dal reddito, dalla residenza o dalla condizione sociale. Il Servizio Sanitario Nazionale è finanziato tramite la fiscalità generale, integrato dai ticket sanitari, e deve rimanere un bene collettivo, non soggetto alla logica di mercato.

In questo quadro, il privato può e deve avere un ruolo. Ma non come sostituto del pubblico, bensì come complemento. La collaborazione – già prevista tramite accreditamenti e convenzioni – va regolata, monitorata e valutata in base all’effettiva utilità sociale. Un sistema misto può funzionare, ma solo se il baricentro resta pubblico, e se i diritti dei cittadini restano al centro delle politiche sanitarie, non i bilanci delle cliniche private.

Riequilibrare il territorio, ascoltare i bisogni

La vera questione di fondo, però, è territoriale. L’attuale tendenza all’accentramento delle specialistiche nei grandi ospedali metropolitani tradisce uno sguardo miope e tecnocratico, che sacrifica la prossimità dei servizi sull’altare dell’efficienza centralizzata. Ma la salute non è un algoritmo. È fatta di tempi, distanze, urgenze, fragilità. Una rete ospedaliera efficace non è quella che ottimizza sulla carta, ma quella che risponde concretamente ai bisogni dei cittadini, anche di quelli che abitano a 60 chilometri dal primo pronto soccorso.

È necessario ripensare la distribuzione delle specialistiche, tenendo conto della densità abitativa, dell’età media della popolazione, della morfologia del territorio e delle reali necessità di cura. Un approccio che non può essere uniformato o semplificato con logiche aziendali. Serve una visione più ampia, un piano sanitario che garantisca presidi e professionalità anche nelle aree interne, rafforzando il legame tra medicina territoriale e ospedaliera, e favorendo una sanità di prossimità, in grado di prevenire prima ancora che curare.

Sanità pubblica come presidio di civiltà

Il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, non è una merce, né un privilegio. È un diritto fondamentale, che il sistema pubblico ha il dovere di garantire. Ogni passo che si compie nel riorganizzare la rete ospedaliera o nel coinvolgere il privato dev’essere fatto alla luce di questo principio. Sì alla coesistenza pubblico-privato, ma con il pubblico al centro. Sì all’efficienza, ma non a scapito dell’equità. Sì alla razionalizzazione, ma non alla desertificazione sanitaria delle aree marginali.

La sfida, oggi, non è semplicemente contenere la spesa o tagliare i posti letto. È difendere un’idea di sanità che non lasci indietro nessuno, che tenga conto delle persone prima dei numeri, e dei territori prima dei bilanci. Perché la salute, come la democrazia, vive di prossimità. E deve appartenere a tutti, non solo a chi può permettersela o raggiungerla.

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