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Sanità negata a Cesarò: il diritto alla salute si ferma ai confini provinciali

C’è un Comune sull’orlo dell’isolamento sanitario che grida aiuto da anni. È Cesarò, nel cuore dei Nebrodi, provincia di Messina. Un territorio montano, con viabilità difficoltosa, una popolazione in larga parte anziana e servizi pubblici ridotti all’osso. Eppure, la Regione Siciliana e le aziende sanitarie provinciali sembrano voltarsi dall’altra parte, in quello che si configura come l’ennesimo schiaffo alle Aree Interne che tanto si proclamano strategiche. A parole.

A guidare questa battaglia è Katia Ceraldi, sindaca del piccolo centro nebroideo, che da tempo si batte per una richiesta tanto semplice quanto logica: trasferire il Comune di Cesarò dal distretto sanitario di Taormina (ASP Messina) a quello di Bronte (ASP Catania). Una proposta che trova pieno fondamento non solo nella vicinanza territoriale – appena 20 minuti per raggiungere Bronte, contro oltre un’ora e mezza per Taormina – ma anche in motivazioni sanitarie, logistiche e umane. Dopo proteste, lettere, incontri istituzionali e tavoli congiunti, la richiesta è rimasta lettera morta.

Un tavolo tecnico e un silenzio assordante

Il tavolo tecnico c’è stato. Convocato su pressione della sindaca cesarese, ha visto la presenza dei direttori generali delle due ASP coinvolte: il Dott. Giuseppe Laganga Senzio per Catania e il Dott. Giuseppe Cuccì per Messina. In quell’occasione, si sarebbero potute gettare le basi per una deroga interprovinciale, come già avvenuto per altri Comuni (es. Capizzi, passato all’ASP di Enna). Ma dopo quell’incontro il nulla. Nessun verbale pubblico, nessuna dichiarazione, nessuna risposta alla sindaca Ceraldi. Né un sì, né un no, né una motivazione tecnica per giustificare il silenzio. Solo l’indifferenza istituzionale, che nella sostanza vale come un rifiuto non dichiarato.

Una richiesta di buon senso

Il distretto sanitario non è una mera etichetta amministrativa. Garantisce assistenza primaria (medico di base, guardia medica, pediatra), farmaceutica, ambulatoriale, protesica, domiciliare integrata, ma anche vaccinazioni, screening oncologici, consultori e interventi di prevenzione. In zone come Cesarò, dove l’età media è elevata e i trasporti pubblici scarsi, questi servizi fanno la differenza tra vivere dignitosamente e dover rinunciare alle cure. A oggi però, molti cittadini sono costretti a “migrare” informalmente verso Bronte, che resta comunque il punto di riferimento naturale. Una deroga formale per passare all’ASP Catania permetterebbe di ottimizzare risorse, accorciare distanze e offrire risposte concrete ai bisogni di salute di un’intera comunità.

Ipocrisia istituzionale: le Aree Interne solo nei convegni

La vicenda di Cesarò è l’emblema di come la politica regionale e nazionale si riempia la bocca con le “Aree Interne” e la “sanità di prossimità”, salvo poi abbandonare i territori più fragili al loro destino. In ogni programma elettorale si promettono interventi per i paesi di montagna, si parla di fondi per contrastare lo spopolamento, di “territorializzazione della sanità”. Ma quando si tratta di dare seguito con atti concreti, tutto si ferma di fronte a cavilli burocratici e mancanza di volontà. Perché, diciamolo chiaramente: se un tavolo tecnico si è riunito, se c’è una richiesta formale e ben motivata, se esistono precedenti normativi, allora l’unico vero ostacolo è la volontà politica. Che, in questo caso, non c’è.

Il dovere delle istituzioni

Il silenzio seguito all’incontro con i due direttori generali non è una dimenticanza. È una scelta consapevole di ignorare. E ciò è ancora più grave quando a essere ignorati sono cittadini che vivono in aree marginali, dove ogni servizio pubblico ha un peso vitale. La Regione Siciliana e l’assessorato alla Salute devono prendere una posizione chiara: o accogliere la richiesta, oppure motivare pubblicamente perché no. Perché lasciare in sospeso una comunità non è solo inaccettabile dal punto di vista amministrativo: è un atto di abbandono istituzionale.

Quella di Cesarò non è una questione isolata. È lo specchio di come vengono trattati i piccoli comuni montani, in Sicilia. È la conferma che la retorica delle Aree Interne è vuota se non accompagnata da decisioni coraggiose. E che, senza scelte politiche serie, non saranno i fondi PNRR o gli slogan a salvare queste comunità. La sindaca Ceraldi ha fatto il suo dovere. Ora tocca a chi governa. Il tempo dell’indifferenza è scaduto.

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