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Sanità pubblica, la forbice dei ricoveri: troppa differenza di costi al giorno tra Sud e Nord

I numeri, quando vengono letti senza filtri ideologici, raccontano una realtà difficile da ignorare. E quelli diffusi dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) sul costo medio delle degenze ospedaliere nel 2023 descrivono un’Italia sanitaria profondamente divisa. Non solo nella qualità percepita o nella mobilità dei pazienti, ma persino nel costo che lo Stato sostiene per ogni singolo giorno di ricovero.

Il dato più sorprendente riguarda proprio il Mezzogiorno: in diversi ospedali meridionali una giornata di degenza può arrivare a costare alle casse pubbliche quasi il doppio – e in alcuni casi anche di più – rispetto a quanto avviene in molte strutture del Nord.

Prendiamo alcuni esempi emblematici. L’Azienda ospedaliera universitaria “Giaccone” di Palermo presenta un costo medio giornaliero che sfiora gli 880 euro per paziente ricoverato. Poco distante, il Policlinico “G. Martino” di Messina supera i 700 euro al giorno. In alcune aziende ospedaliere non universitarie i valori restano comunque molto elevati: il Garibaldi di Catania si mantiene attorno ai 680 euro giornalieri, mentre altri ospedali meridionali registrano costi ancora più alti.

Il confronto con il Nord appare impietoso. All’Azienda ospedaliero-universitaria San Matteo di Pavia una giornata di degenza costa circa 430 euro. In altri grandi ospedali settentrionali – da Bergamo a Cuneo – i valori oscillano tra i 370 e i 450 euro. In sostanza, a parità di complessità clinica, un ricovero nel Mezzogiorno può costare allo Stato anche il doppio rispetto a uno effettuato in Lombardia o in Piemonte.

Ed è proprio questo l’aspetto più significativo del dato Agenas: il calcolo è già “pesato per complessità”. Significa che tiene conto della gravità dei casi trattati – infarti, ictus, polmoniti o altre patologie acute – e del consumo di risorse necessario per curarli. In altre parole, il divario non dipende semplicemente dal fatto che al Sud arrivino pazienti più gravi.

Le ragioni di questa anomalia sono molteplici e nessuna, da sola, riesce a spiegare completamente il fenomeno. Gli esperti indicano innanzitutto un problema di produttività: in diverse strutture meridionali il numero di ricoveri e di interventi chirurgici per posto letto è più basso rispetto agli ospedali del Nord. Questo significa che i costi fissi – personale, manutenzione, infrastrutture – vengono distribuiti su un numero inferiore di pazienti, facendo lievitare il costo medio per ricovero.

A ciò si aggiungono edifici spesso più vecchi, tecnologie non sempre aggiornate e un’organizzazione sanitaria territoriale meno efficiente. Quando mancano strutture intermedie e servizi territoriali, gli ospedali diventano l’unico punto di riferimento per molti cittadini, con degenze più lunghe e meno turnover dei posti letto.

Il risultato è un paradosso tutto italiano: il Sud spende di più per ogni giornata di ricovero, ma allo stesso tempo perde ogni anno centinaia di migliaia di pazienti che scelgono di curarsi altrove. La cosiddetta “mobilità sanitaria” continua infatti a spostare ingenti risorse pubbliche dalle regioni meridionali verso quelle settentrionali. Ogni anno miliardi di euro seguono i pazienti che si spostano per ricevere cure ritenute più efficienti o specialistiche.

Si crea così un circolo vizioso. Meno pazienti rimangono negli ospedali del Sud, minore diventa il volume di attività e più alto risulta il costo medio per ricovero. Nel frattempo le strutture del Nord, che ricevono una quota crescente di malati provenienti da altre regioni, riescono a sfruttare meglio le proprie capacità organizzative e a mantenere costi medi più bassi.

Di fronte a questi numeri, la questione non può essere ridotta a una semplice contrapposizione geografica. Il problema è strutturale e riguarda l’intero sistema sanitario nazionale. Perché se è vero che l’Italia ha uno dei sistemi sanitari pubblici più avanzati al mondo, è altrettanto evidente che oggi funziona sempre più come una somma di ventuno sistemi regionali, spesso molto diversi tra loro.

E finché questa distanza continuerà ad ampliarsi, il rischio è che la sanità pubblica smetta di essere davvero universale e finisca per dipendere, sempre di più, dalla latitudine.

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