In Sicilia la sanità non è solo un assessorato. È un sistema di potere. Assorbe oltre metà del bilancio regionale, condiziona il consenso elettorale, regge una macchina fatta di emergenze croniche, nomine, appalti e promesse. Ed è per questo che, ciclicamente, diventa il cuore di ogni crisi politica. Oggi più che mai.
La partita che si sta giocando attorno all’assessorato alla Salute non riguarda soltanto un rimpasto di giunta. Riguarda la credibilità del governo regionale e il confine – sempre più sfumato – tra gestione tecnica e controllo politico. Il fatto che Fratelli d’Italia abbia deciso di rompere il silenzio è un segnale che va letto in questa chiave. «Non siamo pienamente soddisfatti di come è gestita la Sanità», ha detto il commissario regionale Luca Sbardella. Una frase apparentemente neutra, che in realtà certifica un fallimento collettivo.
Per due anni Renato Schifani ha scelto di affidare la sanità a figure tecniche, rivendicando una discontinuità rispetto al passato. Prima Giovanna Volo, poi Daniela Faraoni. Ma il modello ha retto solo in superficie. Oggi la sanità è di nuovo sotto assedio: dai partiti che la vogliono governare direttamente, dalla magistratura contabile che ne denuncia le falle strutturali, e da una cronaca giudiziaria che continua a produrre ombre.
È in questo contesto che Fratelli d’Italia alza la posta. Il partito di Giorgia Meloni è pronto a rinunciare all’assessorato al Turismo – diventato politicamente ingestibile – pur di ottenere la delega che conta davvero. Non è solo una richiesta di potere, è una sfida all’impianto stesso della giunta Schifani: meno tecnici, più politica. E più controllo.
La posizione dell’attuale assessora alla Salute Daniela Faraoni è il punto più delicato. Sul piano giudiziario la sua vicenda si è chiusa con un’archiviazione, resa possibile anche dalla cancellazione del reato di abuso d’ufficio. Ma sul piano politico resta tutto aperto. Restano le intercettazioni, resta il dialogo con Totò Cuffaro sui concorsi in sanità, resta la sensazione di un sistema che continua a muoversi secondo logiche antiche, al di là delle formule giuridiche.
Il paradosso è evidente. Gli assessori della Democrazia cristiana sono stati allontanati dalla giunta per una contiguità politica ritenuta inopportuna. Faraoni, che compare direttamente nelle carte dell’inchiesta, è rimasta al suo posto. Una disparità di trattamento che mina la coerenza dell’azione di governo e alimenta l’accusa di doppio standard. Non a caso l’opposizione parla apertamente di responsabilità politiche, prima ancora che penali.
A inchiodare il sistema è arrivato anche l’ultimo report della Corte dei Conti. Non un atto politico, ma una radiografia impietosa: liste d’attesa fuori controllo, mobilità sanitaria passiva da oltre 125 milioni di euro l’anno, intramoenia senza controlli, flussi informativi inaffidabili. Una sanità che non governa i dati non può governare le scelte. E una sanità senza regole diventa terreno fertile per interessi privatistici e pressioni politiche.
Nel frattempo, sullo sfondo, si muove il rimpasto. La Democrazia cristiana tenta di rientrare in giunta dopo l’uscita traumatica seguita all’inchiesta su Cuffaro. Forza Italia prova a ricucire una frattura interna che ha paralizzato il partito per mesi. Schifani media, rinvia, cerca un equilibrio che non scontenti nessuno. Ma ogni equilibrio, senza una scelta chiara sulla sanità, rischia di essere solo apparente.
Il nodo è tutto qui. La sanità è diventata il luogo in cui si misura la distanza tra le parole e i fatti. Tra la stabilità proclamata e l’instabilità reale. Tra il moralismo esibito e le contraddizioni praticate. Finché resterà sospesa tra tecnica e politica, tra riforma e conservazione, continuerà a essere il centro di ogni crisi. Il filo del rasoio su cui cammina il governo regionale non è il rimpasto in sé. È la scelta se rompere davvero con un sistema che concentra potere e opacità o limitarsi, ancora una volta, a ridistribuirlo.




