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Sanità violata, dignità calpestata: il caso Reina e il dovere di rompere i silenzi

C’è qualcosa di profondamente inquietante nella vicenda che vede coinvolto Giuseppe Angelo Reina, 63 anni, già primario dell’ospedale di Paternò, oggi sospeso per un anno da ogni incarico pubblico. L’accusa è pesante: violenza sessuale su una collega, sul luogo di lavoro, in corsia, tra pazienti e camici bianchi. Ma dietro questo singolo episodio, che il gip ha ritenuto sufficientemente provato, si staglia un quadro più ampio di sospetti, racconti, videoriprese e denunce che parlano di molestie ripetute e di un clima di paura diffuso.

La Procura aveva chiesto il carcere. Il giudice ha concesso solo l’interdizione. E qui si apre la ferita più grande: quanto vale la sicurezza delle donne che lavorano negli ospedali pubblici? Quanto pesa, nella bilancia della giustizia, la parola di chi denuncia rispetto alla posizione di potere di chi comanda?

Non serve girarci intorno. Se confermate, le condotte attribuite a Reina non sarebbero semplici “inopportunità” o “leggerezze”: sarebbero abusi veri e propri, atti predatori perpetrati da chi ha usato il proprio ruolo come arma, trasformando il dovere di cura in occasione di dominio. E non è irrilevante che tutto ciò sia avvenuto in ospedale, in quello spazio che dovrebbe rappresentare l’opposto: sicurezza, accoglienza, fiducia.

La misura cautelare appare quasi irridente rispetto alla gravità del contesto. Un anno di sospensione non cancella anni di molestie. Non restituisce dignità alle vittime. Non protegge davvero chi, domani, si troverà di fronte a dinamiche di potere simili, altrove.

Ma la responsabilità non si ferma al singolo imputato. L’intera macchina sanitaria e istituzionale deve interrogarsi: com’è stato possibile che episodi del genere si siano ripetuti per anni senza che qualcuno spezzasse il silenzio? Paura di ritorsioni, omertà, subordinazione: le stesse logiche che in altri ambiti denunciamo con fermezza sembrano essere penetrate anche nelle corsie.

E allora basta con le dichiarazioni di facciata, basta con le note ufficiali che parlano di “rigorosa attenzione”. La tutela della dignità dei lavoratori – e in primis delle donne – non può limitarsi a comunicati stampa. Servono protocolli chiari, spazi di ascolto sicuri, strumenti di protezione immediata. Perché ogni caso come questo non è solo una ferita privata, ma una sconfitta collettiva.

Il caso Reina non deve chiudersi con un provvedimento cautelare che sa di compromesso. Deve diventare un monito: la sanità non può tollerare zone d’ombra. Non può permettere che il camice bianco diventi scudo per l’arroganza o il sopruso.

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