C’è un disagio che non ha più bisogno di essere spiegato: si vede, si respira, si inciampa. È la deriva fisica e sociale di una città che fino a pochi anni fa era considerata un punto di riferimento naturale del litorale tirrenico tra Cefalù e Patti e che oggi appare stanca, trascurata, spenta. Sant’Agata di Militello sembra aver perso la bussola, e con essa una parte della propria identità.
Ce lo dicono i cittadini, fermandoci per strada, quasi con urgenza, come se il problema più grande fosse non essere ascoltati. Le lamentele sono tante, diverse, ma incredibilmente simili tra loro. Viabilità caotica e mal gestita, strade dissestate, marciapiedi impraticabili, segnaletica assente o confusa. Servizi carenti: dalla manutenzione urbana alla pulizia, dalla gestione degli spazi pubblici all’illuminazione, spesso insufficiente o mal funzionante. Aree verdi abbandonate a se stesse, parchi giochi trascurati, spazi che potrebbero essere luoghi di aggregazione e che invece diventano simboli di incuria.
E poi c’è il vuoto, quello più difficile da colmare: l’assenza di una vera offerta ludico-ricreativa. Eventi culturali ridotti al minimo, iniziative sporadiche, nessuna programmazione che guardi oltre l’emergenza del momento. Quest’anno, emblema su tutti, non si parla nemmeno di Carnevale. Una festa popolare, identitaria, capace di coinvolgere famiglie, giovani, associazioni. Chi ama il Carnevale, chi ha voglia di divertirsi, deve rassegnarsi ad andare altrove, in altre città. Un fatto che dice molto più di mille comunicati ufficiali. È triste. Triste constatare che una comunità intera venga privata anche dei momenti di leggerezza e condivisione.
La sensazione diffusa è quella di una città “mal ridotta e spenta”, dove anche le associazioni locali – pur animate da buona volontà – incidono poco, spesso lasciate sole o relegate a un ruolo marginale. La politica, dal canto suo, sembra interessata ad altro. A cosa, sinceramente, non è chiaro. Di certo non a costruire una visione, non a immaginare il futuro di Sant’Agata come luogo attrattivo, vivo, capace di trattenere i giovani e offrire prospettive.
In questo quadro si inserisce la figura del sindaco, Mancuso. Una bravissima persona, nessuno lo mette in dubbio. Ma una persona che oggi appare stanca, demotivata, quasi sopraffatta. Sarà l’età, sarà la fatica di anni di amministrazione, sarà la disillusione che spesso accompagna chi fa politica nei piccoli centri. Non lo sappiamo. Sappiamo però che governare una città richiede energia, presenza, capacità di ascolto e soprattutto slancio. E quello slancio, oggi, sembra mancare.
Il paradosso più amaro è un altro: nonostante tutto, nonostante le lamentele, nonostante la percezione diffusa di declino, se il sindaco dovesse ricandidarsi probabilmente verrebbe rieletto. Quasi certamente. E a votarlo sarebbe proprio quella stessa maggioranza di cittadini che oggi si ferma per strada a denunciare una città alla deriva. È qui che la riflessione deve farsi più scomoda e più onesta.
Perché una città non è solo chi la amministra, ma anche chi la sceglie, chi la vota, chi si lamenta e poi rinuncia a pretendere un cambiamento. La rassegnazione è il vero cemento armato del declino. Senza una scossa collettiva, senza una presa di coscienza diffusa, Sant’Agata rischia di abituarsi alla mediocrità, di considerare “normale” ciò che normale non è.
Questo editoriale non vuole essere un atto d’accusa personale, ma una denuncia civile. Un invito – forte, chiaro, pungente – a guardarsi allo specchio. Perché Sant’Agata di Militello merita di più. Merita una visione, merita cura, merita entusiasmo. E soprattutto merita cittadini che non si limitino a lamentarsi, ma che pretendano, finalmente, una città all’altezza della sua storia e delle sue potenzialità.




