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Sant’Agata Militello: sanità in “codice rosso”, il resto a Patti

In un’Italia che sulla carta tutela il diritto universale alla salute, c’è un angolo dimenticato dove questo diritto è ormai ridotto a un’illusione. È il territorio dei Nebrodi, dove l’ospedale di Sant’Agata Militello – unico presidio sanitario di riferimento per decine di comuni e migliaia di cittadini – è diventato l’epicentro di una crisi tanto grave quanto sottovalutata.

Dal 13 luglio 2025, a seguito di un incendio che ha colpito il laboratorio analisi, il pronto soccorso funziona a mezzo servizio. E non si tratta di un’espressione retorica: chi arriva in ambulanza viene accettato solo in caso di codice rosso, ovvero quando la vita è già appesa a un filo. Per tutti gli altri – codici gialli e verdi – scatta il trasferimento all’ospedale di Patti. Una scelta che, a detta dei vertici sanitari, dovrebbe garantire la continuità assistenziale. Ma che nella realtà si sta traducendo in una roulette russa per i pazienti e in un incubo operativo per il personale dell’emergenza-urgenza.

Questa sanità “a colori” che discrimina in base al codice d’accesso è tanto assurda quanto pericolosa. Un codice giallo – che indica una potenziale minaccia alla vita – può virare in pochi minuti in un codice rosso. Ma nel frattempo, quel paziente è stipato in un’ambulanza, diretto a oltre 40 km di distanza, su un’autostrada tortuosa, per lunghi tratti ad una corsia e senza monitoraggio analitico né supporto ospedaliero immediato. Pensare che la sola presenza di un medico a bordo sia sufficiente a risolvere il problema è un grave errore.

La questione è talmente delicata e profondamente preoccupante che ha destabilizzato anche i medici del 118 di Capo d’Orlando, Tortorici, Santo Stefano di Camastra e Sant’Agata i quali hanno lanciato un grido d’allarme al Direttore Sanitario sollecitando lo stesso a chiarire con urgenza. Con una lettera dettagliata, tecnica, i sanitari pongono domande precise: perché il pronto soccorso è ancora chiuso, mentre gli altri reparti sono in funzione? Perché non esiste un piano di emergenza alternativo? Quali codici si accettano e su quale base normativa si escludono gli altri? Domande che, per quel che c’è dato sapere, a oggi, non hanno ricevuto risposta. E mentre il laboratorio analisi resta chiuso, senza nemmeno una data di riapertura, i pazienti – soprattutto anziani, cronici, fragili – sono lasciati in balia dell’improvvisazione. Costretti a un continuo andirivieni tra Sant’Agata e il pronto soccorso di Patti, affrontano disagi e incertezze che mettono a rischio la loro salute.

Il vero scandalo, da quel che sembra, non è la crisi determinatasi dopo l’incendio al laboratorio analisi, ma gestione della successiva emergenza. L’improvvisazione. Nessun piano di emergenza. Nessun tracciamento chiaro dei flussi. Nessuna trasparenza. Solo confusione, rimpalli di responsabilità e una disparità di trattamento grottesca: chi arriva in ambulanza viene respinto (se non è in codice rosso), chi arriva da solo a piedi o in macchina viene accolto a braccia aperte, al di là del codice che serve a classificare la gravità delle condizioni dei pazienti. Un paradosso che mina la sicurezza dei pazienti e lascia basiti anche gli operatori sanitari che, in mezzo a questo caos, continuano a lavorare con dignità, competenza e spirito di sacrificio. In condizioni inaccettabili, se vogliamo dirla tutta: turni massacranti, risorse ridotte, pressioni crescenti. A loro va il rispetto e la gratitudine di tutti. Ma anche la consapevolezza che stanno coprendo con la loro abnegazione le falle di un sistema che, un poco alla volta, li sta abbandonando.

Lo abbiamo ribadito più volte, e oggi lo affermiamo con ancora maggiore fermezza: il diritto alla salute nei Nebrodi è sotto grave minaccia. E ogni giorno, purtroppo, emerge un nuovo episodio a confermarlo. Non c’è più tempo da perdere, né spazio per ulteriori improvvisazioni che ignorano le più basilari norme di sicurezza e tutela della salute. La Direzione Sanitaria ha un dovere inderogabile – giuridico, professionale ed etico – di fornire risposte chiare – ai medici e al territorio – e di adottare azioni tempestive, garantendo la massima sicurezza per pazienti e personale sanitario. La salute non può essere una posta in gioco su cui si specula con ritardi, silenzi e azioni confuse. È un diritto sacro e inviolabile, con regole precise che devono trasformarsi in fatti concreti senza ulteriori alibi. L’improvvisazione può andare bene altrove, non nella gestione di pazienti destinati ad un pronto soccorso. In sanità, d’improvvisazione, si può morire.

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