Doveva essere una serata di festa. Una di quelle notti che segnano l’inizio dell’estate, tra musica, amici e spensieratezza. Invece quella tra il 1° e il 2 giugno si è trasformata nell’ennesima fotografia di un fenomeno che ormai appare fuori controllo: una decina di ragazzi minorenni ubriachi, qualcuno fino a perdere conoscenza, guardia medica presa d’assalto, pronto soccorso intasati, ambulanze in movimento e operatori sanitari costretti a gestire un’emergenza che, in realtà, era ampiamente prevedibile.
La scena si è consumata nell’area del Piano per gli Insediamenti Produttivi di Santo Stefano di Camastra, dove era stato organizzato un evento destinato soprattutto a giovani e giovanissimi. Una serata che, secondo numerose testimonianze, si è trasformata in un gigantesco malessere causato dall’abuso di alcol. Ragazzi e ragazze stesi a terra, malori, vomito, stati di incoscienza.
Com’è possibile tutto questo?
Perché il punto centrale non è soltanto che dei minorenni abbiano bevuto. Il punto è che ne hanno bevuto troppo. Talmente tanto da finire in ospedale. Talmente tanto da richiedere l’intervento sul posto della Croce Rossa impegnata nell’assistenza sanitaria in loco e delle ambulanze del servizio di emergenza sanitaria. Talmente tanto da costringere decine di famiglie a trascorrere una notte di preoccupazione invece che di serenità.
Di fronte a situazioni del genere non è più accettabile rifugiarsi nelle solite frasi di circostanza. Non basta dire che “i ragazzi di oggi sono così”. Non basta scaricare ogni responsabilità sui giovani. Perché quando un quindicenne o un sedicenne riesce ad acquistare e consumare alcolici fino a raggiungere livelli di intossicazione tali da richiedere cure mediche, significa che l’intera filiera dei controlli ha fallito.
E, spiace dirlo, spesso falliscono anche le famiglie.
Da anni assistiamo a una progressiva e preoccupante normalizzazione del consumo e dell’abuso di alcol tra i minorenni. Sempre più spesso, comportamenti che dovrebbero allarmare vengono considerati parte integrante della crescita, quasi un rito di passaggio inevitabile. Molti genitori, forse per abitudine, forse per rassegnazione o per il timore di apparire troppo severi, finiscono per accettare situazioni che fino a qualche anno fa sarebbero state ritenute inaccettabili.
Si chiude un occhio sugli orari di rientro, sulle compagnie frequentate, sulle destinazioni delle serate e, soprattutto, sulle condizioni in cui i ragazzi tornano a casa. Si tende a minimizzare episodi di ubriachezza, considerandoli semplici “ragazzate”, quando invece rappresentano spesso il sintomo di un problema culturale ben più profondo.
È diventato quasi normale che adolescenti di quattordici, quindici o sedici anni salgano su navette omologate per nove persone ma spesso caricate con quindici ragazzi, per raggiungere locali, feste o eventi dove l’alcol è facilmente accessibile e i controlli sono spesso insufficienti. Intere notti trascorse lontano da qualsiasi supervisione adulta, in contesti nei quali il divertimento viene troppo spesso associato all’eccesso.
Ci convinciamo che “lo fanno tutti”, che sia inevitabile, che in fondo anche noi siamo stati giovani. Ma tra il concedere autonomia e rinunciare alla responsabilità di vigilare esiste una differenza sostanziale. Ignorare i rischi non li elimina.
E poi, improvvisamente, arriva quella telefonata che nessun genitore vorrebbe mai ricevere. Quella che spezza la routine, che trasforma una serata come tante in preoccupazione e che costringe tutti a confrontarsi con una domanda: era davvero inevitabile, oppure abbiamo smesso troppo presto di considerare inaccettabile ciò che oggi chiamiamo normalità?
La prevenzione non può fermarsi in aula
Eppure c’è un aspetto che rende questa vicenda ancora più difficile da comprendere. Da anni l’Arma dei Carabinieri e la Polizia di Stato promuovono negli istituti scolastici il progetto nazionale “Cultura della Legalità”, realizzato in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione. Migliaia di studenti partecipano ogni anno a incontri durante i quali vengono illustrati i rischi connessi all’abuso di alcol e sostanze stupefacenti, le conseguenze sanitarie, i pericoli per la sicurezza personale e le responsabilità previste dalla legge.
Si tratta di iniziative importanti, che svolgono un ruolo fondamentale nella formazione dei giovani. Tuttavia, proprio per questo, quanto accaduto appare ancora più paradossale. Se le istituzioni investono tempo, risorse e personale per educare i ragazzi alla prevenzione, è lecito chiedersi perché, in occasioni come questa, la stessa cultura della prevenzione sembri improvvisamente scomparire.
La prevenzione, infatti, non può esaurirsi in una lezione tenuta in aula. Deve tradursi in comportamenti concreti, controlli efficaci e vigilanza costante nei luoghi dove i giovani si ritrovano. Altrimenti si rischia di trasmettere un messaggio contraddittorio: da una parte si spiegano i pericoli dell’alcol e delle sostanze, dall’altra si assiste passivamente a situazioni nelle quali decine di minorenni riescono a consumare quantità eccessive di alcol fino a richiedere l’intervento dei soccorsi.
È qui che emerge il nodo centrale della questione. La sicurezza non consiste nell’intervenire quando le ambulanze sono già state chiamate o quando il pronto soccorso è costretto a gestire numerosi casi di intossicazione. La vera sicurezza consiste nell’individuare i segnali di rischio prima che la situazione degeneri, nel verificare il rispetto delle regole, nel contrastare la vendita e la somministrazione di alcol ai minori e nel garantire che eventi frequentati da centinaia o migliaia di giovani si svolgano in condizioni adeguate.
Non può essere archiviato tutto come una semplice bravata adolescenziale
Per questo motivo quanto accaduto non può essere liquidato come una semplice bravata adolescenziale o come un episodio inevitabile. Ridurre tutto a un errore dei ragazzi significherebbe ignorare le responsabilità degli adulti e delle strutture chiamate a garantire il rispetto delle norme. Quando decine di giovani finiscono in condizioni tali da richiedere cure mediche, il problema non riguarda soltanto le loro scelte individuali, ma l’intero sistema di prevenzione e controllo che avrebbe dovuto impedire che si arrivasse a quel punto.
Serve dunque un’assunzione collettiva di responsabilità. Servono controlli rigorosi sulla vendita di alcol ai minori, verifiche puntuali sugli eventi destinati ai giovani, una presenza efficace degli addetti alla sicurezza e delle forze dell’ordine, trasporti adeguati e sicuri e, soprattutto, la volontà di affrontare il problema senza minimizzarlo. Perché educare alla legalità è indispensabile, ma la credibilità delle istituzioni si misura soprattutto nella capacità di trasformare quei principi in azioni concrete, proprio nei momenti in cui sarebbero più necessari.




