spot_img
spot_img

Schifani e il rimpasto gattopardesco: cambiare tutto perché nulla cambi

Ci sono rimpasti che cambiano le cose. E poi ci sono quelli che servono solo a far finta di cambiarle. Quello messo in campo dal presidente Renato Schifani appartiene senza troppi dubbi alla seconda categoria: non un incidente, ma una scelta precisa. Qui non si prova a risolvere i problemi, si prova a tenere insieme la maggioranza.

Il punto non è nemmeno il nome di Marcello Caruso – Forza Italia – alla Salute. Il punto è il messaggio: la competenza diventa un dettaglio, la fedeltà politica torna a essere il vero requisito. In un settore delicato come la sanità, dove le emergenze non mancano mai, la nomina somiglia più a un’operazione di controllo che a un tentativo di rilancio. Non si cambia per migliorare, si cambia per non perdere il controllo.

Intorno, il copione è già visto. Il ritorno di Nuccia Albano dimostra che in politica le porte non si chiudono mai davvero: al massimo si accostano. Così la Democrazia Cristiana esce ufficialmente, ma resta sostanzialmente dentro. Una finta rottura, utile giusto per prendere tempo.

Nel frattempo, a decidere davvero sono altri: Antonio Tajani, Nino Minardo, Raffaele Lombardo. Ogni nomina è un equilibrio, ogni incarico una pedina. E se Elisa Ingala – MPA – è una novità, lo è solo sulla carta: il meccanismo è sempre lo stesso.

Fuori dal Palazzo, però, la realtà è meno accomodante: sanità in affanno, uffici lenti, territori che aspettano risposte. Problemi veri, che non entrano nelle trattative e non spostano le decisioni. Restano sullo sfondo, mentre la politica guarda soprattutto a se stessa.

E poi c’è il capitolo più delicato. Luca Sammartino ed Elvira Amata restano al loro posto nonostante le vicende giudiziarie. La presunzione d’innocenza è sacrosanta, ma qui viene usata come uno scudo totale: basta quella, e tutto il resto — opportunità, credibilità, fiducia — passa in secondo piano. È così che una garanzia diventa un alibi, e la questione morale viene semplicemente aggirata.

Le opposizioni, da Anthony Barbagallo a Antonio De Luca, parlano di farsa. Non hanno torto, ma limitarsi a dirlo non basta se poi nulla cambia davvero.

La verità è più semplice di quanto sembri: questo rimpasto non serve a governare meglio, serve a tirare avanti. A guadagnare tempo, a gestire risorse, a preparare la prossima campagna elettorale. La “giunta completa” è solo una tregua, non una svolta.

Alla fine, il bilancio è chiaro: non è un nuovo inizio, è un rafforzamento dell’esistente. La politica tiene in piedi se stessa. Il problema è che, facendo così, rischia di lasciare in piedi — e irrisolti — tutti i problemi degli altri.

Autore

spot_img

Ultime News

Related articles