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Scuole chiuse per Carnevale: quando il calendario scolastico viene piegato alla convenienza

L’arte tutta italiana dell’“intervento straordinario” programmato con precisione chirurgica nei giorni di Carnevale meriterebbe uno studio a parte. Non per la sua efficacia igienico-sanitaria, ma per la sua sorprendente puntualità calendaria. Da tempo oramai, in diversi istituti comprensivi, si è consolidata una prassi curiosa: richiesta formale al Comune o all’ente proprietario dell’edificio per disinfezioni, sanificazioni, interventi tecnici urgenti — guarda caso proprio nei giorni in cui cadono le sfilate, le maschere e i coriandoli.

Sia chiaro: la manutenzione e l’igiene degli edifici scolastici sono questioni serie. Ma quando la “straordinarietà” diventa ciclica e prevedibile come una festività, qualche domanda è legittimo porsela.

Il diritto allo studio piegato alla convenienza

La dirigenza scolastica, per ruolo e responsabilità, dovrebbe essere il primo presidio del diritto allo studio. Ogni giorno di lezione sottratto non è una formalità burocratica: è tempo educativo che non torna. Eppure, la sensazione diffusa è che in alcune realtà si sia sviluppata una certa disinvoltura nel considerare sacrificabile il calendario scolastico, purché si salvaguardino equilibri interni o si intercettino umori esterni.

Si chiede al sindaco l’ordinanza per il maltempo con una solerzia che rasenta l’ansia preventiva. Se l’ordinanza non arriva, non mancano critiche — talvolta velate, talvolta esplicite — all’amministrazione “insensibile” alle paure delle famiglie. Se invece arriva, la responsabilità è comodamente trasferita altrove. In entrambi i casi, il messaggio implicito è chiaro: la chiusura è una soluzione praticabile, quasi auspicabile.

Ma una scuola che chiede di chiudere con tanta facilità è ancora la stessa scuola che si proclama comunità educante?

La cultura dell’eccezione permanente

Il punto non è negare che esistano situazioni oggettive di rischio o di necessità tecnica. Il problema è quando l’eccezione diventa sistema. Tre giorni di “disinfestazione” a Carnevale, un paio di chiusure per allerta meteo al limite, un intervento tecnico programmato in coincidenza con un ponte: il risultato è un calendario scolastico costellato di micro-vacanze che, sommate, erodono continuità didattica e senso del dovere.

Nel frattempo, si moltiplicano i discorsi pubblici sul calo delle competenze di base, sulla difficoltà di mantenere l’attenzione, sull’impoverimento del lessico e delle abilità logico-matematiche. Si parla di riforme strutturali, di programmi da aggiornare, di nuove metodologie. Tutto legittimo. Ma forse, prima ancora delle grandi riforme, servirebbe una coerenza elementare: garantire che la scuola sia aperta e funzioni con regolarità.

La percezione che “la scuola sia peggiorata” non nasce sempre da trasformazioni epocali o da dati statistici impietosi. Talvolta nasce da segnali quotidiani, piccoli ma simbolicamente forti: l’idea che l’impegno sia negoziabile, che l’obbligo sia elastico, che la presenza sia opzionale.

Il consenso facile e la fatica evitata

È impopolare dirlo, ma qualche volta si ha l’impressione che certe chiusure facciano comodo un po’ a tutti. Agli studenti, che ottengono un’interruzione gradita. A non pochi genitori, che possono organizzare mini-vacanze senza attingere alle ferie. Al personale scolastico, che beneficia di una pausa extra senza doverla rivendicare apertamente.

Il consenso è immediato, la critica quasi assente. Chi si oppone rischia di passare per rigido, insensibile, fuori dal tempo. Eppure, l’educazione non è mai stata terreno di consenso facile. È, per definizione, esercizio di responsabilità, anche quando richiede di andare controcorrente.

Il ruolo della dirigenza: leadership o accondiscendenza?

Un dirigente scolastico non è un interprete degli umori, ma un garante di principi. Tra questi, il primato del diritto allo studio dovrebbe essere non negoziabile. Se si ritiene necessaria una disinfezione, la si motivi con dati oggettivi, la si programmi quando davvero indispensabile, la si comunichi con trasparenza. Ma se la richiesta coincide sistematicamente con il Carnevale, il sospetto di una scorciatoia organizzativa diventa inevitabile.

La credibilità dell’istituzione scolastica si costruisce anche così: nella coerenza tra ciò che si proclama e ciò che si pratica. Se si chiede agli studenti disciplina, costanza, senso del dovere, la scuola deve essere la prima a incarnarli.

Una questione di serietà istituzionale

La scuola pubblica è uno dei pochi spazi rimasti in cui lo Stato si rende quotidianamente visibile nella vita dei cittadini. Ogni chiusura non strettamente necessaria è un segnale che indebolisce questa presenza. Non perché tre giorni cambino il destino formativo di una generazione, ma perché comunicano un’idea: che l’eccezione sia preferibile alla regola, che la comodità possa prevalere sulla missione.

Se davvero vogliamo contrastare la distrazione crescente, l’allontanamento dalla didattica, l’ansia eccessiva di alcuni genitori, non possiamo farlo assecondando ogni impulso alla sospensione. La scuola non deve essere un luogo eroico, ma nemmeno un luogo arrendevole.

Forse il punto non è se tre giorni a Carnevale facciano o meno la differenza sul piano delle competenze. Il punto è quale idea di scuola vogliamo trasmettere: un’istituzione solida, affidabile, centrata sul diritto allo studio — oppure una struttura che, tra una disinfestazione e un’ordinanza attesa, finisce per somigliare sempre più a un calendario da adattare alle convenienze del momento.

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