Nel dibattito sulla riforma della giustizia, uno dei temi più discussi è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, insieme alla riorganizzazione degli organi di autogoverno e all’introduzione di nuovi meccanismi come il sorteggio dei componenti. Si tratta di una proposta che tocca l’architettura costituzionale della magistratura e che, per questo, suscita posizioni forti e contrapposte.
In questa intervista, il Senatore Salvo Sallemi — avvocato, membro della Commissione Giustizia e vice capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato — espone le ragioni del suo convinto sostegno al Sì al referendum sulla giustizia. Al centro della sua posizione vi è l’idea che la riforma non rappresenti soltanto una modifica organizzativa, ma un intervento strutturale capace di rafforzare la terzietà del giudice, rendere più trasparente il ruolo del pubblico ministero e ridurre il peso delle dinamiche correntizie interne alla magistratura.
Secondo Sallemi, la posta in gioco non è solo tecnica, ma riguarda il rapporto di fiducia tra cittadini e sistema giudiziario. La separazione delle carriere, la creazione di due Consigli Superiori distinti e l’istituzione di una Corte disciplinare autonoma vengono presentate come strumenti per garantire maggiore chiarezza dei ruoli, imparzialità percepita e reale indipendenza. Un progetto che, nelle intenzioni dei sostenitori, punta a incidere nel medio periodo sull’equilibrio dei poteri e sulla credibilità della giustizia nello Stato di diritto.
1. Separazione delle carriere: cosa cambia davvero?
In termini concreti, cosa cambia per i cittadini con la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri? La differenza sarà percepibile nei processi o si tratta soprattutto di una riorganizzazione interna?
Per i cittadini cambia soprattutto la percezione e la sostanza dell’equità del processo. Oggi giudici e pubblici ministeri condividono lo stesso percorso di carriera e lo stesso organo di autogoverno: questo alimenta, anche ingiustamente, il sospetto di una vicinanza culturale tra chi accusa e chi giudica.
Con la separazione delle carriere, il giudice sarà inequivocabilmente terzo, mentre il pubblico ministero sarà chiaramente la parte che esercita l’azione penale. Non è solo una riorganizzazione interna: è un messaggio forte ai cittadini, che rafforza la fiducia nella giustizia.
2. Terzietà del giudice
Lei sostiene che la riforma rafforza l’imparzialità del giudice. Può spiegare in modo semplice perché oggi questa imparzialità sarebbe percepita come meno chiara e in che modo la separazione la renderebbe più evidente?
L’imparzialità del giudice non è oggi necessariamente compromessa, ma non è sempre percepita come tale. In un processo moderno, la giustizia deve essere imparziale e apparire imparziale.
Separare le carriere elimina ogni ambiguità: il giudice non appartiene più allo stesso “corpo” di chi accusa. Questo rafforza la credibilità della decisione finale e rende più chiaro il ruolo di ciascun protagonista del processo.
3. Autonomia del pubblico ministero
Alcuni temono che un pubblico ministero con carriera separata possa essere, nel tempo, più esposto a pressioni esterne. Quali garanzie costituzionali impediscono questo rischio?
L’autonomia del pubblico ministero resta pienamente garantita dalla Costituzione. Il PM continuerà a essere indipendente da poteri politici ed esecutivi e obbligato all’azione penale.
La separazione delle carriere non indebolisce il PM, ma lo rende più responsabile e più trasparente nel suo ruolo. Le garanzie costituzionali, unite a un autogoverno dedicato, impediscono qualsiasi deriva di assoggettamento.
4. Due Consigli Superiori distinti
La riforma prevede due organi di autogoverno separati al posto dell’attuale Consiglio Superiore unico. Quali vantaggi concreti porterebbe questa scelta nella gestione delle nomine e delle carriere?
Due organi di autogoverno separati consentono una gestione più coerente, più specializzata e più trasparente delle carriere.
Giudici e pubblici ministeri hanno funzioni diverse e necessitano di criteri di valutazione diversi. Separare i Consigli significa ridurre conflitti di interesse, rendere più chiare le decisioni su nomine e avanzamenti e rafforzare l’autonomia reale di entrambe le funzioni.
5. Il sorteggio dei componenti
Uno degli aspetti più discussi è il ricorso al sorteggio per scegliere parte dei componenti degli organi di autogoverno. Perché ritiene che il sorteggio sia uno strumento più efficace del voto? Non c’è il rischio di ridurre la competenza o la responsabilità?
Il sorteggio non sostituisce la competenza, ma riduce il peso delle logiche di appartenenza. Oggi il voto è spesso condizionato dalle correnti organizzate; il sorteggio rompe questi meccanismi e restituisce centralità alla funzione, non all’appartenenza.
I magistrati sorteggiati restano professionisti qualificati. In cambio, si riduce drasticamente il rischio di accordi, scambi e carriere pilotate.
6. Il ruolo delle correnti
Il sorteggio viene presentato come un modo per ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura. Crede davvero che questo sistema possa cambiare in modo significativo le dinamiche associative?
Le correnti non scompariranno, ma perderanno il controllo del sistema. Questo è l’obiettivo reale della riforma.
Il sorteggio limita la capacità delle correnti di occupare sistematicamente gli organi di autogoverno e restituisce pluralismo, equilibrio e indipendenza. È un passo concreto contro la degenerazione correntizia che ha minato la credibilità della magistratura.
7. La nuova Corte disciplinare
La riforma istituisce una Corte disciplinare separata dai Consigli Superiori. In che modo questa scelta migliorerebbe la gestione dei procedimenti disciplinari contro i magistrati?
Separare la funzione disciplinare dagli organi di autogoverno significa garantire maggiore imparzialità e maggiore credibilità.
Una Corte disciplinare autonoma evita il rischio che chi decide sulle carriere giudichi anche i comportamenti disciplinari. È una scelta di serietà istituzionale, che tutela i magistrati corretti e rafforza la fiducia dei cittadini.
8. Se vince il SÌ: cosa succede dopo?
Se il referendum confermerà la riforma, quali saranno i passaggi successivi e in quanto tempo si vedranno gli effetti concreti del nuovo assetto? Ci sarà una fase di transizione?
Dopo la conferma referendaria si aprirà una fase di attuazione graduale, con leggi ordinarie che definiranno nel dettaglio il nuovo assetto.
Ci sarà una transizione ordinata, senza scossoni per i processi in corso. Gli effetti concreti si vedranno nel medio periodo: meno correntismo, ruoli più chiari, maggiore fiducia dei cittadini nella giustizia. È una riforma strutturale, pensata non per l’immediato consenso, ma per il futuro dello Stato di diritto.




