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Si laurea in Medicina ma lascia tutto per andare il convento: la storia di Alessia Traina

A soli 24 anni, Alessia Traina ha già vissuto due grandi vocazioni: quella per la medicina e quella per Dio. Giovane, brillante e determinata, si è laureata in Medicina presso la Facoltà di Enna “Dunărea de Jos”, coronando un sogno coltivato fin da bambina, ispirata dai genitori, entrambi medici. Ma proprio nel momento in cui il futuro sembrava aprirsi davanti a lei — tra corsie d’ospedale e progetti di specializzazione — qualcosa di inaspettato ha bussato al suo cuore: una chiamata, profonda e irresistibile, che l’ha condotta su un cammino completamente diverso.

Oggi Alessia ha scelto di consacrare la sua vita a Dio entrando tra le Serve di Gesù Povero, nel convento di Trapani. Una decisione che ha sorpreso molti, ma che lei vive con serenità e gratitudine, come il compimento di un disegno d’amore più grande.

In questa intervista rilasciata a “Quadro Chiaro”, Alessia racconta con semplicità e luminosità il suo percorso: gli anni di studio, la fede vissuta in famiglia, le esperienze spirituali che hanno trasformato la sua prospettiva, e il momento in cui ha compreso che la vera “cura” a cui era chiamata non era solo quella del corpo, ma soprattutto dell’anima.

Chi è Alessia Traina?

    Mi chiamo Alessia Traina, ho 24 anni e vengo da Agrigento. Sono una ragazza semplice e solare. Amo lo sport, suonare la chitarra e cantare: sono doni che sento il Signore mi ha affidato, e che cerco sempre di mettere al servizio degli altri.
    Un’altra grande passione che porto nel cuore è la medicina. Fin da piccola mi ha sempre affascinato — forse anche perché mamma e papà sono entrambi medici — ma, più di tutto, perché la vedo come una meravigliosa vocazione all’Amore concreto verso chi soffre.
    Ho una sorella, Federica, che ha due anni più di me: siamo cresciute come gemelle e con lei ho un legame speciale. Siamo davvero l’angelo custode l’una dell’altra. Insieme abbiamo frequentato sin da piccole, la parrocchia, “Santa Teresa di Gesù Bambino”, guidata da Don Giuseppe Giammusso. Ogni mattina iniziamo la giornata con la Lectio Divina in parrocchia: un momento prezioso di ascolto e preghiera che comprende l’Ufficio delle Letture del giorno, accompagnato da una riflessione e dalla Santa Comunione. È per me un appuntamento irrinunciabile, un modo per affidare al Signore la giornata che sta iniziando. Da qualche anno facciamo parte del gruppo giovani RUAH, una piccola ma viva realtà di poco più di venti ragazzi, e cerchiamo di essere sempre attive nella vita parrocchiale.
    Chi mi conosce dice che il sorriso è la mia caratteristica preziosa. E in fondo credo sia vero: per me il sorriso è un Dono, un modo per trasmettere la gioia di appartenere al Signore e per ricordare che, anche nei momenti difficili, c’è sempre una Luce che non si spegne.

    Quali sono stati i momenti più significativi della sua vita, prima d’intraprendere il percorso universitario?

    Tra i momenti più significativi della mia vita, ne vorrei ricordare tre in particolare.
    Il primo risale a quando avevo circa sette o otto anni. Durante la Messa, al momento della Comunione, mi avvicinai per baciare il calice e la pisside, come facevano tutti i bambini. Quel giorno, però, accadde qualcosa di speciale: il sacerdote mi porse l’Eucaristia e, nonostante io gli avessi fatto notare che non avevo ancora fatto la Prima Comunione, lui, con grande serenità, me la diede lo stesso. In quel momento provai una grande confusione, ma anche una gioia immensa, difficile da descrivere.
    Il secondo ricordo è legato ai pellegrinaggi che ogni anno organizziamo in famiglia. Sono sempre stati momenti preziosi di crescita spirituale e di condivisione. Tra tutti, Medjugorje occupa un posto speciale nel mio cuore: è diventata per me una vera e propria seconda casa.
    Il terzo ricordo è forse il più semplice, ma anche il più profondo. Ogni mattina, prima di andare a scuola, ci riunivamo in cucina con la mia famiglia per recitare insieme la preghiera del mattino e leggere qualche versetto della Bibbia. Nessuno usciva di casa senza aver vissuto quel piccolo momento di incontro con Dio. Era il nostro modo di iniziare la giornata, mettendo tutto nelle Sue mani. La preghiera non è mai mancata nella mia casa. Fin da quando ero bambina – e ancora oggi – ogni volta che ci ritroviamo tutti insieme, a pranzo o a cena, recitiamo in famiglia il Santo Rosario prima del pasto. È un momento che ci unisce profondamente e ci ricorda il primato di Cristo in ogni cosa.

    Alessia, lo scorso 20 settembre ha raggiunto un traguardo che per tanti giovani rappresenta la realizzazione di un sogno: la laurea in Medicina a soli 24 anni. Ci racconta cosa ha provato in quel momento e come immaginava il suo futuro da dottoressa?

    Tutta la tensione accumulata nei mesi precedenti, in un attimo, è svanita. Prima di iniziare la discussione ho affidato tutto al mio angelo custode, che chiamo “Pallino” – perché, proprio come una piccola palla, lo mando un po’ ovunque a sbrigare tante cose per me! – e a San Giuseppe Moscati, che considero un punto di riferimento e un modello di vita cristiana e professionale. Durante gli anni di studio mi sono spesso ispirata a lui, al suo modo di vivere la medicina come una vera missione di amore e servizio.
    Quanto al futuro, mi immagino in un reparto di cardiologia, in particolare come elettrofisiologa, una branca che mi affascina profondamente per la sua complessità e fascino allo stesso tempo.
    Ogni volta che studio o mi trovo davanti alla meraviglia del corpo umano, non posso fare a meno di pensare a quanto il Signore ci abbia creati come veri capolavori perfetti. Più vado avanti, più comprendo che nella medicina non si incontra solo la scienza, ma anche la bellezza del progetto divino su ciascuno di noi.

    Subito dopo, però, qualcosa è cambiato. Lei parla di una “chiamata”. Quando ha iniziato a sentire che la sua strada poteva essere diversa dalle sue aspirazioni professionali?

    Dopo l’ultima esperienza di fidanzamento, nel 2022, ho sentito il bisogno di prendermi un periodo per me: avevo bisogno di staccare la spina, di ritirarmi in un luogo di pace dove poter ascoltare davvero il mio cuore. Mi tornò alla mente un piccolo boschetto che ricordavo di aver visto anni prima, durante un ritiro spirituale a Valderice, in provincia di Trapani.
    Così decisi di scrivere a una sorella consacrata che conoscevo fin da bambina, perché era già venuta nella mia parrocchia di Agrigento insieme ad altre sorelle per una testimonianza. Le chiesi se potessi trascorrere qualche giorno lì, compatibilmente con i miei impegni universitari. Pochi giorni dopo, partii.
    Era l’8 agosto 2023 quando entrai nella cappella del convento e decisi di pregare per il mio discernimento professionale: stavo infatti per iniziare il quinto anno di Medicina e mi trovavo davanti a una scelta importante, indecisa tra oculistica e cardiologia. Durante la preghiera davanti a Gesù, mi capitò tra le mani un passo della Scrittura, quasi “per caso”:
    “Fin dal mattino semina il tuo seme e a sera non dare riposo alle tue mani, perché non sai quale lavoro ti riuscirà meglio, se questo o quello, o se tutti e due andranno bene.”(Qoèlet 11,6)
    Quelle parole mi colpirono profondamente, ma allo stesso tempo mi lasciarono confusa. Inviai la foto del passo a mia sorella per chiederle cosa ne pensasse. Lei mi rispose con una frase che mi lasciò senza parole:“Forse che puoi essere una suora medico?”Rimasi stordita. Non avevo mai pensato a una cosa del genere, non rientrava minimamente nei miei piani o nei miei orizzonti del futuro. Eppure, quel messaggio continuava a tornarmi in mente, giorno dopo giorno, come un’eco. Al mio ritorno ad Agrigento, decisi di parlarne con il mio direttore spirituale, Don Giuseppe Giammusso. Dopo avermi ascoltata, mi disse con molta serenità: “Se vuoi capire davvero cosa il Signore ti vuole dire, devi metterti in ascolto.”
    Da quel momento ho iniziato un vero cammino di discernimento, cercando di fare silenzio dentro di me per lasciare spazio alla Sua voce.

    Spesso si immagina che decisioni di questo tipo nascano da un evento particolare o da un incontro che segna la vita. È stato così anche per lei?

    Si. Il 5 maggio 2024 mi trovavo a Margifaraci, a Palermo, per il Festival della Gioia. Durante un momento di profonda preghiera, a occhi chiusi, mi accadde qualcosa che non dimenticherò mai. Mi vidi, come in una visione, da sola nel santuario di Medjugorje, e all’improvviso udii una voce maschile, chiara, che mi disse:
    “Questo è l’ultimo anno che verrai da me così.” Quelle parole mi scossero nel profondo. Ero colma di gioia e stupore, ma anche di tante domande: che significa? Perché proprio a me? Da quel momento decisi di continuare, con il cuore aperto, il mio cammino di discernimento. In quei mesi il Signore mi parlava in tanti modi diversi, ma c’era un versetto che tornava continuamente, quasi come un ritornello nella mia vita: “Io sono la Via, la Verità e la Vita.” (Giovanni 14,6)
    Lo sentivo ovunque: nelle letture, nelle omelie, nelle parole di persone incontrate per caso. Sembrava che tutto mi riportasse a quella frase. Dopo l’esperienza di Margifaraci, aspettavo con gioia la partenza per Medjugorje, dove avrei partecipato al Festival dei Giovani. Sentivo che sarebbe stato un momento importante dopo l’esperienza vissuta. E infatti, anche lì, ogni catechesi, ogni testimonianza, ogni omelia parlava di vocazione e chiamata. Tutto ciò che ascoltavo trovava una perfetta corrispondenza con ciò che stava accadendo nel mio cuore. Ricordo in particolare un’omelia che mi toccò nel profondo. Il sacerdote disse: “La parte migliore è Gesù, che è Via, Verità e Vita. Non abbiate paura della nuova vita che il Signore vi offre. Lasciate che sia Lui la scelta migliore per tutta la vostra vita. Egli vi ha chiamati a una vocazione, e vi ha promesso che vi avrebbe parlato qui, a Medjugorje.” In quel momento scoppiai in lacrime. Sentivo chiaramente che era Gesù a parlare al mio cuore, a chiedermi di cambiare vita e seguirlo. Durante quella settimana, un’altra esperienza segnò profondamente il mio cammino. Salendo sul Krizevac, uno dei due monti dí Medjugorje che ha in cima una croce bianca, dopo l’ultima stazione della Via Crucis, provai un forte desiderio di percorrere l’ultimo tratto in ginocchio e ad occhi chiusi. Pregando, arrivai ai piedi della croce, e, appoggiando la testa e le mani alla roccia, esattamente ai piedi della croce, sentii qualcosa di inspiegabile: sentivo la roccia era calda, viva, quasi umana. In quell’istante mi sentii completamente avvolta come in un abbraccio. Un amore immenso, puro e travolgente riempì ogni parte di me. Poi sentii il desiderio di baciare quella “roccia”, con lo stesso desiderio e sentimento con cui avrei baciato una persona amata. Mi ritrovai in lacrime, ma erano lacrime di gioia, di pienezza. Dopo quell’esperienza non avevo più dubbi: Gesù mi stava chiamando a seguirlo completamente. Avrei voluto gridarlo al mondo intero, ma per obbedienza scelsi di custodirlo nel silenzio, per lasciare che il discernimento continuasse nella purezza e senza condizionamenti.
    Queste sono solo alcune delle tappe che hanno segnato il mio cammino, un percorso durato circa un anno e mezzo, durante il quale ho sentito sempre più chiaramente che tutte le strade portavano in un’unica direzione: quella che dà pace al cuore e più vicina a Gesù.

    Annunciare una scelta così radicale non dev’essere stato facile. Qual è stata la reazione della sua famiglia e delle persone a lei più vicine quando ha detto che sarebbe entrata in convento?

    Comunicare questa scelta non è stato affatto semplice.
    Non sapevo quali parole usare, né come esprimere ciò che portavo nel cuore. La mia paura più grande era deludere le aspettative delle persone che mi volevano bene e che, nel tempo, avevano riposto in me tante speranze, soprattutto sul piano professionale.
    Il mio pensiero andava soprattutto a mio padre. Da tempo mi parlava di progetti, di studi medici che avrei potuto gestire in futuro, di sogni costruiti con amore e sacrificio. Temevo che la mia decisione potesse ferirlo o sembrargli una rinuncia a tutto ciò che aveva desiderato per me.
    Mia sorella Federica, invece, aveva già intuito qualcosa. Nel modo in cui vivevo la preghiera, nelle mie nuove abitudini quotidiane, aveva percepito che dentro di me stava accadendo qualcosa di profondo. Aspettava solo che fossi io a confermarlo. Quando gliene parlai apertamente, non fu facile per lei accettare l’idea di una distanza che, umanamente, avrebbe potuto separarci. Ma so che il nostro legame è indistruttibile, perché è un legame che va oltre ciò che è terreno.
    Mia madre, per il suo profondo cammino di fede, è stata l’unica — insieme al mio padre spirituale — a conoscere fin dall’inizio il mio percorso di discernimento con la certezza che non avrebbe influenzato in alcun modo il mio percorso, anzi, che mi avrebbe sostenuto con la sua preghiera e lasciando che fosse il Signore a parlarmi.
    Ancora oggi non è facile vedere soffrire le persone che ami, specialmente la tua famiglia, per una scelta che ti porta su strade diverse. Eppure, ogni volta che penso alla mia vocazione, sento nel cuore una gioia così grande, così piena, da superare ogni paura e ogni dolore.
    Ripeto spesso che il Signore non mi ha allontanata dai miei cari: mi ha semplicemente avvicinata di più al Suo cuore, perché da lì io possa essere più vicina a tutti, in un modo nuovo, più profondo e forte.

    Lei ha sempre sognato di fare il medico. Oggi pensa che quella vocazione possa in qualche modo continuare a vivere dentro la sua nuova vita religiosa?

    Assolutamente si! Appartengo ora all’ordine delle Serve di Gesù Povero, che oltre ai tre voti comuni di povertà, castità e obbedienza, ne prevede un quarto: il servizio ai poveri.
    È proprio in questo voto che ritrovo l’unione perfetta tra le due strade che il Signore ha tracciato per me: quella della medicina e quella della vita consacrata.
    Gesù ha pensato davvero a tutto.

    Quando entrerà ufficialmente in convento e quale sarà la sua nuova casa spirituale? Ci può raccontare perché ha scelto proprio quella comunità?”

    Il 5 ottobre, giorno di Santa Faustina, sono entrata ufficialmente nell’ordine delle Serve di Gesù Povero, presso il convento di Trapani, dove si trova la casa principale della comunità.
    Credo che Gesù avesse scelto questa comunità per me molto prima che io ne fossi consapevole. Le prime sorelle le incontrai infatti da bambina, nella mia parrocchia di Agrigento: venivano di tanto in tanto a dare testimonianza, e mi colpì la loro gioia e la loro giovane età, così diversa dall’immagine “classica” della suora che avevo in mente.
    Con una di loro, allora postulante, nacque un legame speciale: ci scambiammo i numeri e da quel giorno pregai per lei ogni giorno. Anche durante l’adolescenza partecipai a vari ritiri spirituali con alcune sorelle, e solo col tempo ho compreso che non erano incontri casuali, ma segni che il Signore mi donava per prepararmi a questo passo.
    In questa comunità ho riconosciuto la pienezza del mio carisma: unire la vita contemplativa alla vita attiva, servendo i poveri e continuando a vivere la mia vocazione per la medicina.

    In questo tempo di profondo cambiamento, sente di aver lasciato alle spalle qualcosa di importante? E cosa spera di trovare nella vita in convento che non ha mai trovato al di fuori?

    In questo tempo di grande cambiamento, sento di non aver perso nulla di ciò che conta davvero, ma di aver guadagnato spazio per vivere pienamente ciò che il Signore aveva già seminato nel mio cuore.
    Ora posso dedicare più tempo alla preghiera, all’adorazione e all’ascolto, senza le distrazioni e le corse di prima, e questo mi permette di vivere tante esperienze belle, che ho vissuto anche prima del mio ingresso, ma non con la pienezza che il mio cuore desiderava. Oggi, invece, sento di camminare verso quella felicità vera e profonda che penso possa nascere solo dal vivere in sintonia con la propria vocazione.

    La sua decisione ha destato molta curiosità, ma anche molta ammirazione. Pensa che ci sia un messaggio anche per i giovani che spesso si sentono smarriti di fronte a scelte importanti?

    In generale, ogni scelta importante porta con sé momenti di confusione e incertezza. A volte non sappiamo quale sia la strada giusta per noi, e tutto sembra offuscato. In quei momenti è fondamentale fermarsi, staccare la spina da tutto e mettersi in ascolto della Parola di Dio.
    A me ha aiutato tantissimo leggere ogni giorno il messalino con le meditazioni e scrivere quello che più mi compiva nel mio diario spirituale. È proprio nel silenzio e nella preghiera che Dio parla, e la scelta giusta è sempre quella che porta pace interiore e gioia piena.
    Tutto ciò che turba, invece, non viene da Lui.
    Penso infatti che: la Parola di Dio unita alla risposta del nostro cuore, siano la “bussola di Dio” per condurci nel suo disegno di felicità.

    Cosa significa per lei “vocazione”? Come descriverebbe questa esperienza interiore a chi non l’ha mai provata e magari la guarda con stupore?

    Vocazione per me significa “compimento della volontà di Dio in noi”. Tutti abbiamo una vocazione, la prima di tutte è quella dell’Amore, ma spesso non ci preoccupiamo di capire qual è veramente la strada che Dio ha tracciato per farci arrivare alla Felicità piena. Comprendere la “nostra” vocazione non è difficile, basta il silenzio, la predisposizione del cuore all’ascolto e infine dire il nostro “si”, avendo come esempio la nostra Mamma Maria.

    E guardando al futuro, ora che ha intrapreso questo cammino, qual è il suo desiderio più grande per sé stessa e per le persone che incontrerà lungo la strada?

    Con l’aiuto di Maria e della Santa Trinità, il mio desiderio più grande è quello di rendere: le mie mani strumento di cura e di tenerezza; il mio cuore la Loro dimora. Fare in modo che ogni respiro sia un atto di Amore, ogni incontro sia dono e ogni ferita sia occasione di Amore che guarisce.

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