La politica siciliana somiglia sempre più a una soap con troppi personaggi e pochissimi copioni nuovi: l’ultimo episodio vede Manlio Messina alzare il tiro e puntare il mirino su Renato Schifani con una dichiarazione che non lascia spazio a fraintendimenti — “se il candidato sarà ancora Schifani, mi candiderò personalmente contro di lui”. Una battuta? No: un’uscita calibrata per smuovere il già moscio brezzone del centrodestra isolano.
Schifani, dal canto suo, non perde il sorriso istituzionale: parla di una Sicilia in “momento magico” e di dati che sorridono al governatore. Tradotto: se tutto va bene, è merito suo; se va male, è colpa di un complotto contro l’isola. Un classico del repertorio dell’equilibrio politico.
Messina non si limita all’opinione colorita da bar: ricorda (e rinfaccia) come la candidatura attuale sia nata da un accordo che — secondo la sua lettura — avrebbe tradito un impegno di rinnovamento che era stato promesso in campagna elettorale. Insomma, la ricetta del “cambiamento” sarebbe finita nel boccale del potere, imbottigliata e sigillata. E allora lui, ex meloniano che ha già preso le distanze dal partito, lancia la sfida: o rinnovamento vero o scendo in campo io.
Il centrodestra, non esattamente famoso per i suoi momenti di comunione contemplativa, si trova ora davanti a un bivio gustoso: confermare il caposquadra e rischiare una scissione interna che renderà la campagna elettorale più movimentata di una sagra paesana; oppure cercare un candidato terzo, più capace di raccogliere consensi trasversali. Schifani risponde con la saggezza della coalizione — “sarà la coalizione a decidere” — frase che in lingua politica significa tutto e il contrario di tutto, e che lascia aperta la porta a nuove scenografie da backstage.
Chi ci guadagna, nella pratica? Per ora guadagnano le colonne dei giornali e i titoli online: scontri interni, promesse di rinnovamento e parole come “dignità” e “prospettiva” scorrono bene sui social e nelle note stampa. Ma l’elettore medio, quello che magari paga bollette e aspetta lavori pubblici che tardano, si domanda se la Sicilia troverà davvero una guida “libera da condizionamenti”, come promette Messina, o se assisteremo soltanto a una partita di poltrone con nuove luci a LED.
Lo spettacolo è servito: un parlamentare che minaccia la gara interna, un presidente che esalta i risultati e una coalizione che fa finta di non vedere i crepitii della catena di comando. Se Messina manterrà la promessa, ci aspetta una campagna con più colpi di scena di una stagione di fiction. Se non la manterrà, avremo avuto un monologo di rabbia — utile per i giornali, forse meno per chi vive la Sicilia ogni giorno.
Piaccia o no, la politica funziona anche di gesti drammatici. Messina ha acceso la miccia; ora spetta al centrodestra scegliere se spegnere il fuoco con il buon senso o lasciar divampare il rogo dell’ego. E la Sicilia, speriamo, non resti a guardare il falò mentre cerca lavoro, sanità e strade percorribili.




