Il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, è al centro di una nuova, inquietante bufera giudiziaria che allarga lo spettro delle accuse a corruzione, ma soprattutto a truffa, falso ideologico e peculato. Non si tratta solo di una macchinazione legata ai fondi pubblici per manifestazioni di facciata, ma di un uso sistematico e indebito dell’auto blu, il bene pubblico trasformato in taxi personale per spostamenti privati, favori familiari e acquisti personali senza alcuna autorizzazione né controllo.
L’assistente parlamentare e autista Roberto Marino è implicato in un balletto di viaggi fittizi e missioni mai compiute, con documenti falsificati e controfirmati dallo stesso Galvagno per coprire una truffa che sottrae oltre 19mila euro dalle casse dell’Ars, ovvero dal contribuente siciliano, già tanto martoriato da scandali e inefficienze. Il presidente, invece di tutelare l’organo legislativo più antico del mondo, lo svilisce con condotte che mimano il peggior clientelismo e malaffare.
Le immagini dell’auto blu che fa la spola tra l’ufficio e la casa privata ad Altofonte o fa compere di bevande e generi alimentari, consegne di fiori, corrispondono a un paradigma non più tollerabile di un potere che si arroga privilegi a spese dei cittadini, tradendo la fiducia e il ruolo istituzionale.
Galvagno respinge le accuse, ma questa nuova ondata di inchieste è un duro monito rivolto a chi pensa di poter usare il denaro pubblico come fosse un conto privato. La giustizia farà il suo corso, ma la società siciliana aspetta risposte e un cambio di passo serio, perché la politica non è un lusso da ostentare né un salvacondotto per scorribande amministrative.
Il caso Galvagno non è solo un episodio giudiziario, ma uno specchio della crisi morale e del disinteresse verso la trasparenza che alimenta la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni. È tempo che la politica siciliana torni a essere sinonimo di servizio pubblico, non di ruberie mascherate da missioni impossibili.




