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Sicilia, la questione morale che non si può più fingere di non vedere

La decisione del presidente della Regione Siciliana Renato Schifani di revocare gli incarichi agli assessori Nuccia Albano e Andrea Messina segna un punto di svolta formale nella politica dell’Isola. Con parole misurate ma inequivocabili, il governatore ha messo alla porta i rappresentanti della Nuova Democrazia Cristiana di Totò Cuffaro, motivando la scelta con “l’esigenza di garantire la massima trasparenza e correttezza istituzionale”.

Una scelta che appare, finalmente, come un atto di responsabilità politica. Ma, al netto dell’intervento del presidente, resta sul tavolo una domanda più scomoda: la questione morale in Sicilia è davvero circoscritta alla Nuova Dc?

La revoca come gesto simbolico

Schifani ha agito con un tono istituzionale impeccabile, evitando giudizi personali e ribadendo la necessità di tutelare la credibilità delle istituzioni. Tuttavia, la sua decisione arriva in un contesto in cui l’intera Assemblea Regionale Siciliana sembra attraversata da un’ombra giudiziaria diffusa.

Se la revoca di Albano e Messina è un segnale di rigore, allora lo stesso metro andrebbe applicato anche a chi, pur restando al proprio posto, è coinvolto – a vario titolo – in inchieste per corruzione, turbativa d’asta, voto di scambio e peculato.

L’elenco che pesa come un macigno

Il nome più ingombrante resta quello di Totò Cuffaro, leader della Nuova Dc ed ex presidente della Regione. La Procura di Palermo gli contesta il ruolo di promotore di un’associazione a delinquere finalizzata a pilotare appalti e concorsi pubblici, soprattutto nel settore sanitario. La richiesta di arresti domiciliari, depositata a novembre 2025, ha provocato un terremoto politico che ancora scuote i palazzi del potere regionale.

Ma Cuffaro non è solo.
C’è Carmelo Pace, capogruppo della Dc all’Ars, anch’egli indagato nello stesso filone per associazione a delinquere e corruzione.
C’è Gaetano Galvagno, presidente dell’Assemblea regionale e uomo di punta di Fratelli d’Italia, indagato per corruzione e peculato.
C’è Elvira Amata, assessora al Turismo, coinvolta nello stesso procedimento e in attesa di sviluppi.
C’è Luca Sammartino, già vicepresidente della Regione e ora a processo per corruzione elettorale, con accuse di compravendita di voti.
C’è Marco Falcone, assessore all’Economia, fino al luglio 2024, sotto inchiesta per corruzione e peculato legati alla Società degli Interporti Siciliani.
C’è Roberto di Mauro, storico esponente del Mpa, indagato per un sistema di turbative d’asta e corruzione.
E infine Giuseppe Castiglione, nell’inchiesta “Mercurio”, accusato di voto di scambio politico-mafioso.

Tutti, è bene ribadirlo, sono formalmente innocenti fino a prova contraria. Ma tutti, allo stesso tempo, rappresentano un problema politico e morale che non può più essere derubricato a “vicenda giudiziaria personale”.

La presunzione di innocenza non cancella la responsabilità politica

La Sicilia conosce bene la differenza tra colpa penale e colpa politica. La prima si accerta nei tribunali, la seconda si misura nel rapporto con i cittadini e nella capacità delle istituzioni di restare credibili.
In questo senso, la scelta di Schifani appare tanto necessaria quanto insufficiente. Necessaria, perché segna un limite etico; insufficiente, perché quel limite dovrebbe valere per tutti.

Come può un governo regionale presentarsi come “trasparente e rigoroso” se quasi ogni suo pilastro politico è lambito da indagini o sospetti di malaffare?

Come può l’Ars esercitare la sua funzione di controllo se il suo stesso presidente è indagato per corruzione?

E soprattutto: che fiducia può nutrire il cittadino siciliano verso un’istituzione che continua a considerare “normale” la presenza di politici sotto inchiesta nelle sue stanze di comando?

Un sistema che si autoassolve

In fondo, la politica siciliana sembra ancora prigioniera di una logica autoassolutoria.
Ogni volta che scoppia un’inchiesta, si invoca la presunzione di innocenza — un principio sacrosanto, certo — ma che non può diventare un alibi per evitare la riflessione morale. La Sicilia non ha bisogno solo di processi corretti, ma di una classe dirigente disposta a misurarsi con la trasparenza come regola, non come eccezione. Finché ciò non accadrà, ogni gesto di “discontinuità” rischierà di apparire più come un atto di opportunismo politico che come una reale svolta etica.

La questione morale è ancora aperta

Schifani ha fatto un passo importante, ma non basta. Perché la questione morale non si chiude con due revoche: resta aperta nelle indagini, nei tribunali e soprattutto nella coscienza della politica siciliana.

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