«Sono fiducioso nella giustizia». Sono le parole pronunciate da Totò Cuffaro all’ingresso del tribunale di Palermo come si recita una formula scaramantica, un rosario laico che ogni politico indagato snocciola quando le cose si mettono male. È la frase di rito, quella che non significa nulla ma suona bene, che non impegna e non espone. Un’intercapedine linguistica per non dire davvero niente, mentre tutto intorno crolla.
E così, anche stavolta, mentre si apre un nuovo capitolo giudiziario che coinvolge Cuffaro e altre 17 persone – tra associazione a delinquere, turbativa d’asta e corruzione – il leader della Nuova Dc sceglie il registro minimalista. Nessuna risposta alle domande della giudice, solo dichiarazioni spontanee e due avvocati che lo scortano in una postura da “profilo basso consigliato dal legale”. Insolito, certo, per chi in passato amava la teatralità più del silenzio.
Nel frattempo, attorno a lui sfilano gli altri protagonisti dell’inchiesta: il deputato Carmelo Pace, l’autista di una vita Vito Raso, e perfino Saverio Romano, che il giorno prima, uscendo dal tribunale, si era lamentato di essere stato “trattato malissimo”. Gli inquirenti, invece, descrivono un sistema ben oliato per condizionare una gara da 20 milioni dell’Asp di Siracusa. Due versioni parallele che, come al solito, non si sfiorano.
Le “leggerezze” e le “minchiate”
Il nuovo Cuffaro — quello che ha scontato cinque anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e che oggi si muove con toni più pacati — ai carabinieri confida di avere fatto delle “leggerezze”. O addirittura delle “minchiate”.
Una gara d’appalto sbloccata, dice, per aiutare due poveri lavoratori da 600 euro al mese. Un concorso nella sanità per “favorire una ragazza”, niente di più. Un direttore generale nominato tra una battuta e un’amicizia di lunga data.
È il linguaggio bonario di chi vuole dipingere il proprio ruolo come marginale, quasi domestico: un’aggiustatina qui, una mano lì, un favore “di cuore”. Del resto, la politica italiana ha sempre avuto un lessico per rendere eleganti le proprie opacità: non si chiama interferenza, si chiama “interessamento”; non è pressione, è “segnalazione”; e, appunto, non sono reati, sono “leggerezze”.
Il colonnello, la soffiata e le amicizie giuste
Poi c’è il capitolo più delicato: l’incontro riservato con il colonnello Palminteri, oggi indagato. Una soffiata sulle indagini in cambio di un aiuto per scalare la Gesap, racconta Cuffaro. Una scena quasi surreale: chi dovrebbe controllare avvisa chi dovrebbe essere controllato. Ma anche qui il racconto diventa morbido, quasi paternalistico, una questione di “rapporti umani”. Tutto si sfuma, tutto si riduce a un malinteso, a un’iniziativa personale di un ufficiale troppo zelante.
Ma veniamo al punto: fiducia in cosa, esattamente?
La frase “Sono fiducioso nella giustizia” è la colonna sonora di ogni scandalo politico italiano. La ascoltiamo così spesso che ormai è rumore di fondo, come il traffico o le sirene.
Ma fiduciosi in cosa, esattamente? Nella giustizia che impiega dieci anni a completare un processo?
Nella giustizia che si inceppa perché le leggi sono scritte male, volutamente ambigue, inutilmente contorte?
Nella giustizia che viene invocata dai politici solo quando conviene, salvo poi accusare i magistrati di complotti quando tocca a loro?
La verità è che in Italia quasi nessuno ha davvero fiducia nella giustizia, e non certo per colpa dei magistrati, che lavorano con strumenti spesso antiquati e norme inefficaci. La responsabilità ricade su chi dovrebbe scrivere leggi serie, moderne e applicabili. Ed è proprio quella classe politica che oggi — paradosso dei paradossi — proclama a gran voce di “avere fiducia”.
È facile dirsi fiduciosi quando si è sul banco degli indagati. Molto più difficile lo è quando si è stati sul banco di chi fa le leggi e avrebbe potuto renderla più rapida, più efficiente, più giusta davvero.
E allora forse non è fiducia, la loro. È speranza. O meglio: superstizione. Una frase che si ripete perché porta bene, come bussare sul legno. Perché quando le mani finiscono nella marmellata, almeno una cosa dev’essere pulita: la coscienza linguistica. Il resto, si vedrà. Con fiducia, naturalmente.




