Nonostante i toni trionfalistici della Città Metropolitana di Messina, che si autocelebra per una presunta “attenta pianificazione” e “risposta concreta alle esigenze delle comunità locali”, la realtà che ogni giorno affrontano i cittadini dell’area Nebroidea è ben diversa. Le strade provinciali versano in condizioni indegne, ben lontane da qualsiasi standard minimo di sicurezza e manutenzione.
Gli interventi di scerbatura, tanto sbandierati come segno di attenzione e cura, si rivelano nient’altro che operazioni cosmetiche. Pulire i bordi della carreggiata è utile solo se inserito in un contesto di manutenzione integrata e organica, che includa anche il ripristino dell’asfalto, la pulizia delle cunette e il consolidamento delle aree franose. Ma questo non accade. Il risultato è che l’erba viene sì tagliata, ma le cunette restano intasate, la terra si accumula, l’acqua piovana non riesce a defluire e invade la carreggiata. Le conseguenze sono inevitabili: infiltrazioni, ulteriori danni all’asfalto, buche, crepe e degrado strutturale.
A pagarne il prezzo sono i cittadini, pendolari e lavoratori che quotidianamente percorrono queste arterie secondarie trasformate in trappole di fango, pozzanghere e insidie. In alcuni tratti, l’asfalto è talmente deteriorato da costringere gli automobilisti a vere e proprie gimcane per evitare danni ai veicoli. In altri, il rischio idrogeologico è palpabile, con margini franosi lasciati incustoditi e barriere protettive inesistenti o fatiscenti.
La cosiddetta “fase avanzata del piano d’interventi” sembra dunque più uno slogan da conferenza stampa che un fatto verificabile sul campo. Basta percorrere le provinciali nei dintorni di San Marco d’Alunzio, Castell’Umberto, Frazzanò, o lungo la SP 161 e la SP 157, la 176, nel tratto compreso tra Castel di Lucio e Mistretta, per rendersi conto del divario tra le parole e i fatti. I lavori, dove presenti, appaiono disorganici, approssimativi e spesso interrotti. Nessuna pianificazione, nessuna visione d’insieme: solo toppe su toppe, spesso peggiori del buco.
E come se non bastasse, anziché intervenire concretamente sulla struttura viaria, la Città Metropolitana, qualche mese a dietro, ha pensato bene di “risolvere” il problema installando nuova segnaletica verticale, con limiti di velocità massima ridicoli, come 30 km/h, su tratti di strada che dovrebbero invece essere messi completamente in sicurezza. Una soluzione che ha il sapore della presa in giro. Il cartello non risolve il dissesto: serve solo a scaricare la responsabilità sugli automobilisti in caso di incidenti, trasformando la negligenza istituzionale in colpa individuale.
Non si tratta più di attendere migliorie future. La situazione attuale è già gravemente compromessa. Se la Città Metropolitana intende davvero gestire il territorio con efficacia, deve cominciare con l’ammettere il fallimento di questi interventi parziali e investire seriamente nella messa in sicurezza, abbandonando la logica dell’apparenza.




