spot_img
spot_img

Strage di Altavilla, la svolta in appello: assolta Miriam Barreca

Ribaltata la condanna di primo grado. I giudici minorili: non imputabile perché temporaneamente incapace di autodeterminarsi

La Corte d’appello minorile di Palermo ha ribaltato uno dei verdetti più pesanti nati dalla strage di Altavilla Milicia: Miriam Barreca, che in primo grado era stata condannata a 12 anni e 8 mesi, è stata assolta perché ritenuta, al momento dei fatti, temporaneamente incapace di intendere e di volere, e dunque non imputabile. La decisione segna una frattura netta rispetto al giudizio del tribunale per i minorenni, che nel marzo 2025 aveva invece ritenuto la ragazza capace e penalmente responsabile.

Il nuovo approdo giudiziario poggia sull’idea che la giovane — allora 17enne — non fosse realmente in grado di autodeterminarsi e di opporsi al contesto di violenza, pressione psicologica e fanatismo che si era creato dentro la villetta di famiglia. E’ stata riconosciuta una capacità solo parziale di intendere. In sostanza, la Corte d’appello ha letto la sua condotta dentro una condizione di minorità, dipendenza e soggezione agli adulti presenti, a partire dal padre Giovanni Barreca.

Il massacro dell’11 febbraio 2024

La strage di Altavilla Milicia esplose all’attenzione pubblica l’11 febbraio 2024, quando i carabinieri entrarono nella villetta di famiglia dopo la telefonata dello stesso Giovanni Barreca, che confessò di aver sterminato i suoi familiari. Dentro e attorno alla casa furono trovati i corpi di Antonella Salamone, moglie dell’uomo, e dei figli Kevin ed Emanuel. Le indagini ricostruirono un quadro di sevizie, percosse e torture maturate in un contesto descritto come un folle rito di “liberazione dal demonio”.

Nei giorni successivi, la posizione di Miriam Barreca cambiò radicalmente: inizialmente considerata superstite e testimone chiave, la ragazza finì indagata e poi fermata per omicidio plurimo e occultamento di cadavere dopo aver ammesso di avere partecipato ai riti e alle violenze. Secondo la ricostruzione resa pubblica dagli inquirenti nel febbraio 2024, la giovane raccontò un clima di delirio mistico condiviso, alimentato dal padre e dalla coppia composta da Sabrina Fina e Massimo Carandente, conosciuti in ambienti religiosi e poi divenuti presenza stabile nella casa.

Le confessioni attribuite a Miriam colpirono per crudezza. La ragazza disse ai magistrati di avere partecipato alle torture credendo che in casa ci fossero i demoni e arrivò a sostenere, in quella fase, che avrebbe “rifatto tutto”, convinta che i familiari fossero posseduti. È uno dei punti più sconvolgenti dell’intera vicenda: il procedimento d’appello non cancella quelle dichiarazioni, ma cambia il modo in cui vengono giuridicamente lette, spostando il baricentro dalla colpevolezza piena alla non imputabilità per incapacità al momento del fatto.

Le torture e la matrice pseudo-religiosa

La cornice della strage, fin dall’inizio, è stata quella di una spirale di fanatismo pseudo-religioso. Gli inquirenti parlarono di giorni di preghiere, riti e violenze finalizzati a “espellere” presunte presenze demoniache dai corpi delle vittime e dalla casa. Le autopsie sui fratelli Kevin ed Emanuel confermarono segni di sevizie e torture; in aula, nel processo principale contro gli adulti, i primi testimoni hanno poi raccontato l’orrore trovato nella villetta.

Una parte essenziale della ricostruzione investigativa è che Antonella Salamone sarebbe stata la prima a opporsi all’escalation, e per questo divenne la prima vittima. Le ricostruzioni giornalistiche concordano sul fatto che venne picchiata e uccisa, e che il suo corpo fu poi dato alle fiamme in una fossa vicino alla villetta. Anche questo dato è tornato in più passaggi processuali successivi, confermando la brutalità estrema del contesto nel quale si mossero i quattro accusati.

I passaggi giudiziari: dall’arresto alla svolta del 2026

1. L’indagine e i primi arresti

Nel febbraio 2024 finirono in carcere Giovanni Barreca, Sabrina Fina, Massimo Carandente e, dopo il fermo disposto dalla procura minorile, anche Miriam Barreca. La contestazione ruotava attorno a un triplice omicidio aggravato, commesso in concorso, nel quadro delle torture e della soppressione o occultamento di parte dei resti della madre.

2. Il nodo della capacità mentale

Uno degli snodi più complessi dell’intera vicenda è stato fin da subito quello della imputabilità. Per Giovanni Barreca si sono scontrate perizie e decisioni contrastanti: in una fase iniziale una perizia lo aveva ritenuto non imputabile, con trasferimento in REMS, ma successivamente il Riesame e poi la Cassazione hanno portato il procedimento verso la tesi opposta, cioè quella della sua capacità di stare a processo.

Per Miriam, invece, il primo approdo fu diametralmente opposto rispetto a quello odierno: una perizia di un neuropsichiatra infantile di Roma la ritenne capace di intendere e di volere, e il giudice minorile Nicola Aiello la dichiarò imputabile già prima della sentenza. Il 30 gennaio 2025, riferiva proprio questa conclusione, allora decisiva per aprire la strada alla condanna.

3. Il rinvio a giudizio degli adulti

Il 27 gennaio 2025 il gip di Termini Imerese ha rinviato a giudizio Giovanni Barreca, Sabrina Fina e Massimo Carandente per omicidio volontario. I familiari di Antonella Salamone si sono costituiti parte civile. Quel procedimento, celebrato davanti alla Corte d’assise di Palermo, è il cosiddetto “troncone principale” del caso Altavilla.

4. La condanna in primo grado di Miriam

Il 6 marzo 2025, a poco più di un anno dalla strage, arrivò la prima sentenza: Miriam Barreca fu condannata a 12 anni e 8 mesi nel processo abbreviato davanti al tribunale per i minorenni. Il pm aveva chiesto 18 anni. Alla base della decisione c’era proprio la valutazione di piena imputabilità: il gup dei minori la considerò capace di intendere e di volere e dunque penalmente responsabile del triplice omicidio.

5. Il processo ai tre adulti e gli elementi emersi in aula

Nel frattempo, davanti alla Corte d’assise, il dibattimento contro Barreca, Fina e Carandente ha continuato a produrre elementi. Già nelle prime udienze del 2025 i testimoni hanno ricostruito la scena del massacro; nel giugno 2025 fu dato conto della presenza di tracce sugli attrezzi usati per le torture riconducibili a Sabrina Fina e Massimo Carandente, un elemento importante perché rafforza l’ipotesi di un loro coinvolgimento diretto e non marginale.

Nel gennaio e febbraio 2026 il processo principale si è concentrato ancora sul profilo psichico di Giovanni Barreca e sulle versioni difensive degli imputati. Le cronache riferiscono di uno scontro tra consulenti sull’infermità mentale del padre e di una deposizione di Sabrina Fina orientata a scaricare le responsabilità su Barreca e sul suo ex compagno Carandente. Su questo fronte, però, siamo ancora nel pieno del dibattimento e senza una sentenza definitiva.

La novità di oggi: perché l’assoluzione cambia il quadro

La decisione della Corte d’appello minorile non riscrive i fatti materiali della strage, ma cambia radicalmente la qualificazione giuridica del ruolo di Miriam Barreca. In primo grado il ragionamento era: la ragazza ha partecipato, ha confessato, era capace, dunque è colpevole. Oggi il ragionamento, almeno per come emerge dal dispositivo, è diverso: la partecipazione non viene letta come espressione di una volontà libera e penalmente imputabile, ma come il prodotto di una condizione di soggezione psichica e di incapacità di opporsi a un sistema di violenza dominato dagli adulti.

È questo il cuore della svolta. Non tanto l’attenuazione della responsabilità, quanto il suo azzeramento sul piano penale, perché la Corte ha ritenuto la giovane non imputabile. È una differenza enorme: una condanna ridotta avrebbe confermato la colpevolezza; l’assoluzione, invece, afferma che, per il diritto penale, Miriam non poteva essere considerata responsabile in senso pieno. La formula esatta e il percorso motivazionale potranno essere valutati con precisione solo dopo il deposito delle motivazioni.

Cosa succede adesso

L’assoluzione non comporta l’immediata scarcerazione senza condizioni. Le ricostruzioni riferiscono che Miriam Barreca verrà collocata in una comunità protetta fuori dalla Sicilia, dove sarà seguita da psicologi, educatori e specialisti, con rivalutazioni periodiche del percorso. Questo dato conferma che, pur venendo meno la responsabilità penale, la Corte ha comunque ritenuto necessario un contesto di protezione e trattamento.

Sul piano processuale, il prossimo passaggio decisivo sarà il deposito delle motivazioni della sentenza d’appello. Solo allora si capirà davvero perché i giudici abbiano ritenuto superata la perizia e l’impostazione del primo grado, e quale peso abbiano avuto il contesto familiare, la minore età, la pressione psicologica del padre e l’influenza della coppia Fina-Carandente.

Il punto politico-giudiziario e umano della vicenda

La strage di Altavilla resta uno dei casi più estremi degli ultimi anni in Italia, perché tiene insieme tre piani: la violenza familiare, il fanatismo pseudo-religioso e il difficile confine tra partecipazione materiale e imputabilità penale. La sentenza di oggi, in questo senso, non attenua l’orrore del massacro, ma apre una questione giudiziaria delicatissima: fino a che punto una minorenne immersa in un contesto settario, violento e dominato da adulti può essere ritenuta libera nelle sue scelte criminali? La Corte d’appello di Palermo, per ora, ha risposto: non abbastanza da meritare una condanna.

Autore

spot_img

Ultime News

Related articles