Tre ergastoli per la strage di Altavilla Milicia. La Corte d’Assise di Palermo ha condannato al carcere a vita Giovanni Barreca, Massimo Carandente e Sabrina Fina per il massacro di Antonella Salamone, 41 anni, e dei figli Kevin ed Emanuel, di 16 e 5 anni, uccisi nel febbraio del 2024 all’interno della villetta di famiglia, in provincia di Palermo.
La sentenza è arrivata dopo una lunga camera di consiglio e chiude il primo grado di uno dei procedimenti più drammatici della cronaca siciliana recente. I giudici hanno accolto l’impianto accusatorio sostenuto dal pubblico ministero Manfredi Lanza, della Procura di Termini Imerese, arrivando però a una decisione ancora più severa per Giovanni Barreca rispetto alla richiesta dell’accusa.
Per lui, infatti, il pubblico ministero aveva chiesto 30 anni, ritenendo configurabile una parziale infermità mentale. La Corte, invece, non ha riconosciuto alcuna riduzione di responsabilità. Secondo il verdetto, Barreca, Fina e Carandente avrebbero agito tutti con piena consapevolezza, partecipando alla sequenza di violenze che portò alla morte della donna e dei due bambini.
Il massacro nella villetta
La strage si consumò in un contesto che gli investigatori e la Procura hanno ricostruito come un delirio mistico-religioso, fatto di presunti riti di liberazione dal demonio. Antonella Salamone e i figli vennero sottoposti a violenze brutali, interrogati, colpiti e torturati nella convinzione, secondo l’accusa, che fossero posseduti dal maligno.
Il corpo della donna fu poi dato alle fiamme nel giardino della villetta. I due figli furono trovati senza vita all’interno dell’abitazione. Una scena che, fin dalle prime ore, restituì agli investigatori la dimensione di un orrore consumato dentro le mura domestiche, in un intreccio di fanatismo, violenza e sopraffazione.

Le difese e la tesi dell’incapacità
La difesa di Giovanni Barreca, rappresentata dall’avvocato Giancarlo Barracato, ha sostenuto durante il processo la totale incapacità dell’imputato di intendere e di volere. Una linea difensiva fondata anche su valutazioni tecniche che, però, non hanno convinto la Corte.
Anche per Sabrina Fina la difesa aveva chiesto ulteriori approfondimenti psichiatrici. Il suo legale, l’avvocato Franco Critelli Janfer, aveva prospettato una lettura diversa del ruolo della donna, sostenendo che fosse rimasta in una posizione passiva e che la vicenda dovesse essere letta come un femminicidio e figlicidio mascherato da movente religioso. La Corte d’Assise aveva però respinto la richiesta di una nuova perizia psichiatrica.
Durante il dibattimento, Fina e Carandente hanno cercato di ridimensionare le rispettive responsabilità, attribuendosi a vicenda un ruolo nella tragedia e descrivendo un quadro di presunti fenomeni soprannaturali. Una ricostruzione che non ha retto davanti ai giudici.
La posizione della figlia Miriam
Diversa la vicenda processuale della figlia di Barreca e Salamone, Miriam, minorenne all’epoca dei fatti. In primo grado era stata condannata dal Tribunale per i minorenni a 12 anni e 8 mesi. Nel marzo scorso, però, la Corte d’Appello ha ribaltato la decisione, assolvendola perché ritenuta non imputabile, in quanto parzialmente incapace di comprendere e fermare quanto stava accadendo.
Le parti civili e i risarcimenti
Nel processo si erano costituiti parte civile i familiari delle vittime, assistiti dagli avvocati Vincenzo Amoroso, Floriana Salamone, Marzia Di Rosa e Luca Gennaro. La sentenza prevede anche il risarcimento dei danni in favore dei parenti di Antonella Salamone e dei due bambini uccisi. Le somme provvisionali riconosciute variano, secondo quanto emerso, tra 200 e 300 mila euro.
Resta ora l’attesa delle motivazioni della sentenza, che chiariranno nel dettaglio il percorso logico seguito dalla Corte d’Assise di Palermo. Ma il verdetto di primo grado consegna già un punto fermo: per i giudici, la strage di Altavilla Milicia fu il risultato di una responsabilità condivisa e piena dei tre imputati.




