spot_img
spot_img

Strage di Montagnareale, l’indagato tace davanti ai pm: attesa per le perizie balistiche e il video della telecamera

Un interrogatorio durato pochi minuti, nessuna risposta alle domande dei magistrati e un silenzio che, ancora una volta, lascia aperti tutti i nodi investigativi sulla strage del 28 gennaio nei boschi di Montagnareale, sui Nebrodi.

Il cinquantenne agricoltore, unico indagato per il triplice omicidio costato la vita ad Antonio Gatani e ai fratelli Giuseppe e Devis Pino, è comparso ieri pomeriggio davanti al procuratore capo di Patti Angelo Cavallo e alla sostituta Roberta Ampolo, titolari dell’inchiesta. Assistito dagli avvocati Tommaso Calderone e Filippo Barbera, si è avvalso della facoltà di non rispondere, replicando la scelta già compiuta nel primo interrogatorio formale.

Una linea difensiva chiara, probabilmente dettata dall’attesa degli accertamenti tecnici ancora in corso. Il quadro probatorio, infatti, è tutt’altro che definitivo e ruota attorno a una serie di esami scientifici che potrebbero incidere in modo decisivo sulla ricostruzione dei fatti.

Le perizie in corso

I Carabinieri del RIS stanno lavorando su più fronti. Al centro ci sono le perizie balistiche sui fucili: quello dell’indagato e quelli utilizzati dalle tre vittime durante la battuta di caccia al cinghiale. Gli esperti dovranno stabilire con precisione traiettorie, distanze di sparo e compatibilità tra armi e proiettili repertati sui corpi.

Sono in corso anche gli esami sugli stivali e sugli abiti che il cinquantenne indossava quella mattina, per verificare eventuali tracce ematiche o altri elementi utili a collocarlo con esattezza sulla scena nei momenti cruciali. Fondamentale sarà inoltre l’esito dello stub, l’analisi che accerta la presenza di residui di polvere da sparo su pelle e vestiti.

Un ulteriore tassello è rappresentato dalle immagini registrate dalla telecamera installata sul fucile di Devis Pino. Un dispositivo che potrebbe aver immortalato almeno una parte della sequenza degli spari, fornendo riscontri oggettivi su tempi, direzioni e dinamica.

L’ipotesi della Procura

Secondo la ricostruzione investigativa, tutto sarebbe iniziato in condizioni di visibilità estremamente ridotta, tra nebbia e pioggia sottile. Antonio Gatani, 82 anni, avrebbe esploso il primo colpo scambiando Giuseppe Pino per un cinghiale. Il proiettile lo avrebbe raggiunto mortalmente.

Il fratello Devis, ferito di striscio dai pallettoni, avrebbe reagito sparando verso Gatani e colpendolo a morte. A questo punto si sarebbe consumato il terzo e decisivo atto: l’agricoltore, amico di lunga data di Gatani e abituale compagno di caccia, avrebbe esploso un colpo da distanza ravvicinata contro Devis Pino, ferendolo mortalmente prima di allontanarsi dal bosco.

Una sequenza che, per gli inquirenti, non si esaurirebbe in un tragico incidente di caccia ma configurerebbe responsabilità penali precise, soprattutto in relazione all’ultimo sparo.

Le prime dichiarazioni e il silenzio

Nelle ore immediatamente successive alla scoperta dei corpi, il cinquantenne era stato sentito come persona informata sui fatti. In quella fase, senza difensore, avrebbe ammesso di trovarsi sul posto e di aver partecipato alla sparatoria. Dichiarazioni che, sul piano processuale, potrebbero avere un peso limitato proprio per la sua diversa posizione giuridica in quel momento.

Con l’iscrizione nel registro degli indagati, la strategia è cambiata. Prima la nomina dei legali, poi il silenzio davanti ai magistrati. Una scelta che, al momento, congela il suo contributo alla ricostruzione ufficiale.

Un’inchiesta ancora aperta

Resta da chiarire soprattutto la dinamica dell’ultimo colpo: se sia stato esploso in una situazione di legittima difesa o in un contesto ormai privo di un pericolo attuale. La distanza di sparo, l’angolazione e la posizione dei corpi saranno elementi centrali per sciogliere questo nodo.

Nel frattempo, la comunità di Montagnareale continua a fare i conti con una tragedia che ha segnato profondamente il territorio. Tre uomini morti nel giro di pochi minuti, in un bosco che quella mattina era avvolto dalla nebbia e che oggi resta avvolto, soprattutto, da interrogativi ancora senza risposta.

La verità giudiziaria è affidata alla scienza e agli accertamenti tecnici. Fino al deposito delle perizie, il fascicolo della Procura di Patti resta aperto, sospeso tra l’ipotesi di una drammatica concatenazione di errori e quella di un epilogo che poteva essere evitato.

Autore

spot_img

Ultime News

Related articles