La decisione della Corte Suprema di Cassazione di dichiarare inammissibile il ricorso della Procura di Caltanissetta segna un passaggio delicato – ma tutt’altro che conclusivo – nell’inchiesta sui possibili mandanti esterni della strage di via D’Amelio. Una pronuncia che non entra nel merito delle ipotesi investigative, ma che rafforza il perimetro d’azione del giudice per le indagini preliminari e impone alla Procura di proseguire lungo le direttrici indicate.
Al centro della vicenda resta una delle pagine più oscure della storia italiana recente: l’attentato del 19 luglio 1992 in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, a poche settimane dalla strage di Capaci che aveva ucciso Giovanni Falcone.
Il nodo giudiziario: i poteri del GIP
Il contrasto tra Procura e GIP nasce attorno a una questione tecnica ma decisiva: la natura dell’ordinanza con cui il giudice Graziella Luparello ha respinto la richiesta di archiviazione sulle indagini relative ai mandanti esterni della strage di via d’Amelio, disponendo ulteriori indagini.
Secondo la Procura, quel provvedimento sarebbe stato “abnorme”, cioè fuori dal sistema processuale e lesivo delle prerogative del pubblico ministero. Una tesi respinta dalla Procura generale e, implicitamente, dalla Cassazione: l’ordinanza rientra nei poteri previsti dall’articolo 409 del codice di procedura penale e rappresenta un atto di impulso legittimo.
Il risultato è chiaro: nessuna “anomalia” procedurale, nessun blocco dell’azione penale. Le indagini devono continuare.
Le nuove piste: oltre “mafia e appalti”
Tra i punti indicati dal GIP emerge con forza la necessità di ampliare lo sguardo investigativo. Non solo il consolidato filone “mafia e appalti”, già riconosciuto da diverse sentenze, ma anche altre possibili concause.
Tra queste, la cosiddetta “pista nera”: l’ipotesi di un coinvolgimento di ambienti dell’eversione di destra e di contesti esterni a Cosa nostra. Una pista che, pur priva di riscontri definitivi, “non può essere esclusa a priori” e richiede ulteriori verifiche.
Si tratta di un cambio di prospettiva significativo: non una verità alternativa, ma un possibile livello aggiuntivo di responsabilità.
La reazione del procuratore Salvatore De Luca
È proprio su questo punto che si innesta la presa di posizione del procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, che interviene con toni netti per respingere le critiche. De Luca contesta apertamente l’idea che la Procura abbia trascurato la pista nera: “Chi afferma che questo Ufficio non vuole fare accertamenti sulla pista nera o non si è adeguatamente informato o mente sapendo di mentire”.
Una dichiarazione che non è solo difensiva, ma rivendicativa. Il procuratore sottolinea come le indagini su quel filone siano già in corso e formalmente documentate nelle richieste di archiviazione precedenti alla pronuncia della Cassazione.
Due filoni, una possibile convergenza
De Luca chiarisce anche un punto cruciale: la differenza tra i filoni “mafia e appalti” e “pista nera” non è di esclusione, ma di stato delle prove. “Il primo è già sostenuto da sentenze definitive (come i processi Capaci bis e Borsellino ter e quater). Il secondo è ancora in fase di verifica”.
Ma soprattutto, insiste su un elemento chiave: le due piste sono compatibili. La strage potrebbe essere il risultato di un concorso tra Cosa nostra e soggetti esterni. Una tesi che lo stesso procuratore dice di aver sostenuto anche nel processo sul depistaggio.
Le criticità evidenziate dalla Procura
Nella sua nota, De Luca non nasconde però le difficoltà operative derivanti dalla decisione del GIP. Tra i problemi sollevati la duplicazione di competenze tra diversi GIP sullo stesso fatto e sullo stesso indagato (come nel caso di Paolo Bellini). Le possibili limiti di utilizzabilità degli atti investigativi per via della scadenza dei termini. I rischi per il segreto investigativo, dovuti alla mancata archiviazione di procedimenti contro ignoti, che rende gli atti accessibili alle parti.
Un quadro che, secondo la Procura, può rallentare o complicare il lavoro investigativo, pur nel rispetto delle regole processuali.
Indagini già avviate e prossimi passi
Nonostante le tensioni istituzionali, De Luca precisa che una parte delle attività richieste dal GIP è già stata avviata, in alcuni casi addirittura prima della decisione della Cassazione.
Altri accertamenti, invece, risultano impossibili – ad esempio per la morte di potenziali testimoni – mentre per completare le verifiche è stata già chiesta una proroga dei termini. Il messaggio è duplice: da un lato, la Procura rivendica la propria iniziativa, dall’altro, riconosce l’obbligo di dare seguito alle indicazioni del giudice.
Una verità ancora incompleta
A oltre trent’anni dalle stragi del 1992, il quadro resta complesso e incompiuto. La decisione della Cassazione non risolve i dubbi, ma riapre spazi di indagine. Nel mezzo, si colloca il confronto – talvolta duro – tra Procura e GIP: non uno scontro sulla ricerca della verità, ma sul metodo per raggiungerla.
E proprio la reazione di De Luca evidenzia questo equilibrio fragile: difendere il lavoro svolto senza chiudere la porta a nuove piste, mantenere il controllo dell’indagine senza sottrarsi agli stimoli del giudice.
La partita, insomma, è ancora aperta. E riguarda non solo la ricostruzione dei fatti, ma anche la capacità del sistema giudiziario di fare luce, fino in fondo, su uno dei capitoli più irrisolti della storia repubblicana.




