Ieri mattina al Liceo Artistico Basile non è successo “un episodio che non avrebbe dovuto avvenire”: è esplosa una denuncia vivente, sanguinante, di un problema ben più grande che – se non preso sul serio – rischia di diventare routine. Una studentessa è stata attirata fuori dall’aula con un inganno, portata in palestra da due coetanee e picchiata selvaggiamente. Schiaffi, pugni, calci. Una violenza brutale, pianificata, eseguita con freddezza.
Quello che sembra emergere è ben più di un litigio adolescenziale: è un’azione di branco, con modalità quasi militari — l’inganno, l’infiltrazione, l’aggressione preparata — che racconta una frattura profonda nella dimensione scolastica e sociale dei giovani. E non possiamo più far finta che sia un “caso isolato”.
Non basta indignarsi
Certo, quando un pestaggio come quello al Basile arriva sulle prime pagine, tutti si indignano. Politici, autorità scolastiche, genitori. Ma l’indignazione ha la durata di un titolo di giornale: domani c’è un altro fatto, dopodomani un altro commento social, e poi tutto sembra tornare alla normalità.
Nel frattempo, la risposta è spesso “iniziative di sensibilizzazione”: convegni, incontri anti-cyberbullismo, qualche lezione sulla convivenza. Sono utili, ma non bastano. Se vogliamo davvero frenare questa deriva, servono politiche concrete.
Serve un cambio di paradigma: dalla punizione alla prevenzione reale
Questa aggressione al Basile ci dice che il problema non è solo comportamentale: è culturale. È il segno che molti adolescenti non sanno gestire il conflitto, la gelosia, la frustrazione. Non sanno dialogare, non hanno canali di mediazione autentici.
Non basta aumentare la sorveglianza o minacciare sanzioni: serve costruire una rete di supporto reale all’interno delle scuole, con psicologi, operatori educativi, tutor relazionali che non arrivino solo in occasione di eventi formativi, ma che facciano parte della vita quotidiana degli studenti.
Serve che le scuole non siano soltanto luoghi di studio, ma spazi di crescita emotiva: dove le tensioni si possano esprimere, dove i rancori non esplodano, ma siano riconosciuti e trasformati. Serve che le famiglie siano coinvolte attivamente, che non lasciamo i ragazzi da soli con i loro nodi interiori.
È un campanello d’allarme che non possiamo ignorare
Il pestaggio al Liceo Basile non dev’essere dimenticato tra le cronache locali: dev’essere un punto di partenza. Un momento di riflessione per genitori, insegnanti, istituzioni. Se continuiamo ad agire come se fossero “episodi isolati”, se rispondiamo solo con indignazione e iniziative simboliche, stiamo perdendo il terreno sotto i piedi.
Se vogliamo davvero proteggere i nostri giovani, se vogliamo evitare che il rancore e la gelosia diventino violenza organizzata, serve coraggio: un investimento serio su educazione emotiva, prevenzione, ascolto. Altrimenti, il Basile sarà solo la prima – ma non l’ultima – scuola a far parlare la violenza.




