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Terzo mandato nei piccoli Comuni: sindaci al secondo mandato pronti a ricandidarsi nonostante il silenzio dell’Ars

In Sicilia il tema del terzo mandato per i sindaci dei Comuni tra i 5 mila e i 15 mila abitanti è diventato terreno di scontro istituzionale. A pochi mesi dalle elezioni amministrative, diversi primi cittadini al secondo mandato hanno annunciato l’intenzione di ricandidarsi, anche in assenza di un intervento formale dell’Assemblea regionale siciliana (Ars) che adegui la normativa regionale.

Al centro della vicenda c’è la pronuncia della Corte costituzionale del 19 febbraio 2026, che ha dichiarato illegittima la disciplina regionale nella parte in cui precludeva la candidatura per un terzo mandato nei piccoli Comuni siciliani. La Consulta ha ribadito un principio di rilievo generale: le limitazioni all’elettorato passivo devono essere espresse in modo chiaro, proporzionato e ragionevole. In altre parole, il diritto a candidarsi non può essere compresso da lacune normative o da un mancato coordinamento con la legislazione statale.

Una decisione che, secondo molti amministratori locali, produce effetti immediati. Per questo diversi sindaci interessati ritengono di avere titolo pieno per presentare la propria candidatura alle prossime amministrative. «È un diritto riconosciuto dall’ordinamento», sostengono, pronti – se necessario – a difendersi nelle aule dei tribunali amministrativi.

L’eventuale esclusione delle liste aprirebbe infatti la strada a ricorsi al Tar con richiesta di ammissione cautelare. Uno scenario che rischia di moltiplicare i contenziosi proprio alla vigilia del voto, con possibili ripercussioni sui tempi e sulla regolarità delle consultazioni in diversi centri dell’Isola.

Ma la questione va oltre il piano strettamente giuridico. Il nodo del terzo mandato riporta al centro il delicato equilibrio tra autonomia statutaria della Regione Siciliana e uniformità dei diritti garantiti sul territorio nazionale. L’Ars è chiamata a decidere se intervenire tempestivamente per adeguare l’ordinamento regionale oppure lasciare che sia l’interpretazione giurisprudenziale a colmare il vuoto.

Se l’Assemblea non dovesse approvare una modifica prima dell’indizione dei comizi elettorali, si aprirebbe una fase inedita. I candidati potrebbero essere ammessi “con riserva”, in attesa delle decisioni definitive dei giudici amministrativi. Una situazione che esporrebbe i Comuni al rischio di contenziosi anche dopo il voto, con l’ipotesi estrema di annullamenti o ripetizioni delle elezioni.

Al contrario, un’esclusione preventiva dei sindaci ricandidati produrrebbe un’immediata raffica di ricorsi e possibili sospensive, con il concreto pericolo di rallentare l’intero iter elettorale in diversi enti locali.

In gioco non c’è soltanto la possibilità di un terzo mandato per alcuni amministratori, ma la tenuta complessiva del sistema istituzionale regionale. In territori spesso segnati da fragilità amministrative e carenza di risorse, un conflitto tra organi regionali, Comuni e giustizia amministrativa rischierebbe di aggravare ulteriormente l’incertezza.

La partita, ora, si sposta nelle aule dell’Ars. Il tempo stringe e la scelta politica che verrà compiuta nelle prossime settimane determinerà non solo le regole della prossima tornata elettorale, ma anche il perimetro effettivo dell’autonomia siciliana alla luce dei principi costituzionali.

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