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Test di Medicina, foto sui social e risposte vendute su Telegram: “Uno scandalo nazionale”

C’è un momento in cui bisogna smettere di girare intorno alle parole e guardare la realtà per quella che è: il sistema di accesso alla facoltà di Medicina è fallito. Non è incrinato, non è migliorabile, non è da “ritoccare”. È fallito. E ciò che abbiamo visto nelle ultime settimane lo dimostra con una chiarezza impietosa.

Screenshot di test venduti su Telegram per 20 euro. Foto delle prove scattate direttamente in aula, durante l’esame, circolate su gruppi privati come se nulla fosse. Candidati che si vantano pubblicamente di aver copiato o fatto il compito “in squadra”. È questa la fotografia della selezione che dovrebbe premiare i migliori futuri medici del Paese?

La verità è molto più amara: non siamo davanti a irregolarità, ma a un sistema che ormai non regge più nemmeno la facciata. Un sistema che pretende serietà da chi lo subisce, mentre offre improvvisazione a chi lo amministra.

Lo ha detto con chiarezza e senza veli l’on. Calogero Leanza, vicepresidente della Commissione Sanità dell’Ars, denunciando “uno scandalo che mette in crisi definitiva la credibilità dell’intero impianto”. E ha ragione. Perché non si può parlare di merito quando lo Stato gestisce il test come un quiz improvvisato e lascia che a dettare le regole siano chat anonime e canali Telegram pieni di materiale proibito.

La situazione è diventata grottesca: c’è chi studia mesi, investe soldi, tempo, salute mentale… e chi si compra le domande su internet. È questa l’idea che abbiamo di selezione? È questo il modello che dovrebbe garantire i futuri medici ai nostri ospedali?

E poi arrivano i numeri — impietosi, spietati, perfino comici se non fossero tragici. Nel primo appello solo il 10–15% supera tutte e tre le prove. In alcune materie si salva appena un candidato su dieci. Un’intera generazione di studenti bollata come impreparata: davvero vogliamo crederlo? O forse il problema è che il test è un marchingegno mal costruito, lontano anni luce dalla realtà della formazione universitaria?

La ministra dell’Università Anna Maria Bernini, nonostante le polemiche per la débâcle di novembre, continua a garantire che la graduatoria sarà “pienamente riempita”, scongiurando l’ipotesi di un fallimento del nuovo sistema. Al Mur, infatti, si valuta l’ammissione generalizzata degli studenti, anche di quelli che non hanno raggiunto il punteggio minimo in tutte le materie, purché affrontino un percorso di recupero. Secondo il progetto, ogni candidato verrebbe assegnato a un ateneo e, tra gennaio e febbraio 2026, dovrebbe frequentare corsi correttivi prima di sostenere una prova conclusiva. “Siamo a dicembre: tutto dovrà essere chiuso entro febbraio, recuperi compresi”, ha sottolineato la ministra in Senato.

Ci rendiamo conto!? Il Ministero corre ai ripari: “ammettiamo tutti, poi recupereranno i debiti formativi”. L’ennesima toppa su un vestito ormai irrecuperabile. Prima ti boccio, poi ti promuovo lo stesso. Prima ti dico che non sei idoneo, poi ti spiego che però puoi diventarlo in due mesi. Questo non è merito: è burocrazia in crisi nervosa.

“Ma finimula…!!!” Basta ipocrisie. Basta difendere un numero chiuso che non seleziona, non valuta, non premia. Un meccanismo che ogni anno produce scandali, ricorsi, rabbia, frustrazione e sfiducia. E mentre gli studenti vengono trattati come colpevoli a prescindere, ogni falla del sistema viene derubricata a “episodio isolato”. Non lo è più. Non lo è da anni.

Se le istituzioni non avranno il coraggio di fermare questa deriva, non resta che sperare che lo facciano i tribunali. Come biasimare chi smette di credere che in questo Paese il merito conti qualcosa.

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